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"Tira fuori la lingua - Storie dal Tibet" edito Feltrinelli ha costretto l'autore Ma Jian all’esilio, è un vivido ritratto del Tibet lontano dall’immagine mitica e stereotipata cui è di solito associato.

Cinque racconti che mostrano come la povertà e la repressione politica abbiano annientato quella che un tempo era considerata una cultura ricca e brillante.

Uno scrittore cinese con alle spalle un matrimonio fallito parte per il Tibet. Durante i suoi vagabondaggi assiste alla sepoltura celeste di una ragazza morta di parto, divide la tenda con un nomade diretto a una montagna sacra a chiedere perdono per aver avuto rapporti sessuali con la figlia, incontra un orafo che tiene appeso alla parete di una caverna il corpo della sua amante incartapecorito dal vento, ascolta la storia di una giovane lama morta durante un rito di iniziazione. Nell’aria rarefatta dell’altopiano il confine tra realtà e finzione narrativa si assottiglia fino a immergere il protagonista in un mondo così diverso da tormentarlo anche in sogno.

Messo clamorosamente all’indice in Cina nel 1987 e soltanto ora pubblicato in Italia, Tira fuori la lingua ha costretto Ma Jian all’esilio, rendendogli impossibile ancora oggi pubblicare nel suo paese. Scritto poco dopo il viaggio in Tibet, raccontato in maniera vivida nel romanzo Polvere rossa, il libro è una straordinaria raccolta di racconti che parlano di un luogo davvero speciale, un Tibet incantevole e insieme terrificante, violento e bellissimo, perverso e seducente.

“Tira fuori la lingua è un libro volgare e osceno che diffama l’immagine dei nostri compatrioti tibetani. Ma Jian non è in grado di descrivere i grandi passi avanti compiuti dal popolo tibetano nella realizzazione di un Tibet socialista unito e prospero. Il ritratto del Tibet che esce da quest’opera sudicia e ignobile non ha nulla a che vedere con la realtà, e altro non è che il prodotto dell’immaginazione dell’autore e del suo desiderio ossessivo di sesso e soldi… A nessuno dev’essere permesso leggere questo libro. Tutte le copie devono essere confiscate e distrutte immediatamente.”
Annuncio della messa al bando dell’opera in Cina

Ma Jian è nato a Qingdao nel 1953. Ha lasciato Pechino per Hong Kong nel 1987, poco prima che le sue opere fossero bandite in Cina. Dopo la restituzione dell’isola alla Repubblica Popolare Cinese, l’autore si è trasferito in Europa, prima in Germania e poi a Londra dove vive tuttora. In Italia, Neri Pozza ha pubblicato "Polvere rossa" nel 2002.

DHARMSALA - Il Dalai Lama ha cancellato tutti i suoi prossimi impegni internazionali e si prenderà tre mesi di assoluto riposo. "Sua santità ha accusato alcuni fastidi nei giorni scorsi e i suoi medici personali attribuiscono la cosa all'affaticamento" si legge in un comunicato dell'ufficio del Dalai Lama. Nei prossimi giorni il 73enne premio Nobel per la pace si sottoporrà a test medici a Mumbai, in India. (Agr)

Pechino ha investito in modo massiccio in sviluppo sociale e infrastrutture in Tibet. Ma i tibetani restano discriminati nel loro paese, la gioventù urbana è sradicata, e una élite di esiliati continua a far appello alla rivolta. L'unica soluzione sarebbe una vera autonomia per la regione, come fu ipotizzato nel '56. La Cina riapra il dialogo, finché il Dalai Lama è vivo
Glyn Ford*
LHASA

Da qualsiasi parte la si guardi, l'economia del Tibet sta esplodendo. Negli ultimi trent'anni il suo tasso di crescita ha battuto quello del resto della Cina, raggiungendo all'incirca il 10.4% annuo contro il 9.8% del gigante cinese.
Come risultato, la grande maggioranza della popolazione locale è uscita da una condizione di estrema povertá, in cui viveva con circa un euro al giorno. Allo stesso tempo il governo centrale di Pechino ha coperto il 93% delle spese per massicci investimenti nelle infrastrutture sociali e urbane. L'istruzione è passata dal livello quasi nullo trovato dai comunisti nel 1951 al 92% della popolazione che arriva a completare il programma di nove anni previsto dal governo. Una nuova Università ha appena aperto, per 9.000 studenti, e il Tibet ha appena raggiunto la media nazionale di dottori e letti d'ospedale per 1000 abitanti. La recente apertura della linea ferroviaria tra Qinghai e Lhasa ha fatto del Tibet l'ultima regione cinese a unirsi alla rete nazionale, aggiungendosi a migliaia di chilometri di nuove strade e al progetto di un nuovo aeroporto per il Tibet Occidentale.
La nuova prosperità tuttavia ha portato tanti problemi quanti benefici. Se agli indigeni tibetani le cose stanno andando bene, infatti, ai cinesi han stanno andando meglio, sia in termini di reddito, che di qualitá del lavoro e status sociale. Inoltre, la rottura di strutture sociali che permanevano da secoli ha creato nelle aree urbane una gioventú alienata, senza radici e sottopagata. Il tutto combinato alla presenza di un governo in esilio che richiede ufficialmente l'autonomia in nome del Dalai Lama, autonomia che di fatto si tradurrebbe nell'indipendenza del Congresso tibetano.
Il 14 marzo, anniversario della fuga del Dalai Lama in India nel 1959 e data convenientemente vicina alle Olimpiadi, ha visto l'organizzazione di manifestazioni di protesta dei monaci, inizialmente pacifiche ma presto tramutatesi in una sorta di «rivolta razziale» quando piú di 10.000 civili tibetani, per lo piú giovani, si sono uniti alla folla nelle strade appiccando fuoco indistintamente a negozi, macchine, scuole e ospedali. Anche se viene da chiedersi cosa abbiano in comune, a parte l'odio per i cinesi, questi ragazzi di strada e alla moda con gli ultra-tradizionalisti in esilio.
I bersagli degli attacchi sono stati negozi e aree residenziali di cinesi han e musulmani. Una delle due moschee di Lhasa ha subito ingenti danni. Negli scontri che sono seguiti sono morti 18 civili, tre dei quali tibetani, e un poliziotto; altri tre-quattrocento sono rimasti feriti, essendo stato ostacolato il passaggio a vigili del fuoco e ambulanze.
La risposta delle autorità di polizia è prontamente arrivata. Nelle ore e nei giorni seguenti i rivoltosi sono stati respinti e spazzati via dalle strade di Lhasa, di tutte le altre città e i villaggi in Tibet, nonché in altre province con un'alta concentrazione di tibetani; solo a Lhasa si registrano 365 arresti e 170 ricercati. E se a livello ufficiale non si contano morti, le voci nelle strade di Lhasa ne contano varie dozzine. Nel frattempo il Dalai Lama, in panico di fronte a una situazione che stava chiaramente sfuggendo a ogni controllo, ha richiesto la cessazione delle ostilità minacciando di dimettersi - non é del tutto chiaro da cosa - se non fosse stato ascoltato.
Questo ha certamente contribuito a calmare la situazione, unito al fatto che la tendenza delle autorità cinesi è stata quella di prendere solo le contromisure strettamente necessarie in vista delle olimpiadi di agosto.
Quando abbiamo visitato Lhasa, tra il 19 e il 22 luglio, la città era calma: ma era percettibile la tensione con la polizia nelle strade e nei checkpoint del centro. Si sentiva la paura. Tre tassisti cinesi di etnia han mi hanno rifiutato la corsa prima di trovarne uno che accettasse di portarmi a Barkhor, nel cuore dell'area tibetana della città, di sera. I monasteri-scuola sono stati temporaneamente chiusi e i giovani monaci spediti a casa.
L'entità dei danni è intuibile dai resti dei negozi bruciati che punteggiano le strade di Lhasa. Quando siamo stati portati a visitare la scuola media N.2 era già in corso la demolizione dei due edifici principali, distrutti dal fuoco, per permetterne poi la ricostruzione.
I danni si aggirano intorno ai 32 milioni di euro. Niente, in confronto ai costi indiretti della situazione sull' economia locale: quest'anno sia la crescita che gli investimenti si sono dimezzati, mentre il numero dei turisti è diminuito dei due terzi, con i cinesi han troppo spaventati per mettere piede nell'altopiano e gli Europei bloccati alla frontiera. Curiosamente il tempio Jokhang, uno dei due piú importanti siti sacri al buddhismo tibetano, sta invece registrando un record di incassi, con pellegrini che accorrono da ogni dove.
Che fare? Se la Cina ha riempito le tasche dei tibetani, sia pur entro certi limiti, é chiaro che non ne ha riempito le menti e i cuori. Continua invece a cercare soluzioni nell'aristocrazia tibetana in esilio in India. La cosa davvero necessaria sarebbe una reale autonomia per il tibet, che permetta alla popolazione tibetana di prendere le proprie decisioni, all'interno di una struttura nazionale, su istruzione, cultura, politica locale e immigrazione, andando quindi ben oltre il grado di autonomia attuale. Per fare un esempio, gli studenti universitari tibetani dovrebbero poter studiare materie come medicina, fisica e chimica nella loro lingua, e scuole come la Scuola Media N.2 non possono continuare a avere dalle 4 alle 6 ore obbligatorie di cinese nelle classi tibetane - e dall'altra parte 2 ore di inglese e nessuna di tibetano per gli studenti cinesi.
Anche se i cinesi non lo ammetteranno mai, il Dalai Lama ha probabilmente rappresentato la loro salvezza per molto tempo. Ma biologia e politica cospirano contro di loro: sebbene appaia in perfetta salute, il Dalai Lama ha ormai piú di settant'anni, e l'assenza di progressi in quello che tra breve sarà mezzo secolo di esilio volontario comporta che oggi i «giovani turchi» seduti nel Congresso Tibetano, molti dei quali non sono mai neanche stati in Tibet, stanno diventando impazienti; se stavolta l'anziano leader è riuscito a esercitare un certo controllo sulla situazione, non è detto che ci riesca ancora in futuro.
I militari cinesi reputano il secessionismo, l'estremismo e il terrorismo le tre minacce più incombenti da affrontare al momento. Due di queste sono presenti in Tibet e la terza potrebbe apparire se la situazione rimarrà in stallo.
Su di un muro del palazzo Takten Migyur, uno degli edifici del complesso di Norbulingka, il Palazzo Estivo del Dalai Lama completato solo nel 1956, si può osservare un elaborato dipinto raffigurante la storia della Creazione. Una storia di carattere darwiniano (se non engeliano) con scimmie trasformate in uomini attraverso il lavoro, che certamente appassionerebbe l'America media. Soprattutto, finisce con la raffigurazione dell'incontro del Dalai Lama e del Panchen Lama con Mao a Pechino nel 1956. Forse sarebbe ora di reiterare quell'incontro e fare al Dalai Lama un'offerta che non possa rifiutare, o un rifiuto della quale lo porrebbe a perdere il favore dell'opinione pubblica internazionale.
* Membro del Parlamento Europeo per il Partito Laburista Inglese. In luglio ha guidato la prima delegazione internazionale in Tibet dagli eventi di marzo

Quattro passi tra le nuvole, sul tetto del mondo. Ci sarebbe piaciuto chiudere così il nostro mese di missione in Cina. Ma non sembrava facile. Anche adesso, che all'altoparlante chiamano il volo 4112 per Lhasa... Siamo a cinquemila e passa metri di altitudine, sotto di noi brilla lo specchio luminoso di un grande lago, ci circondano montagne innevate che digradano a valle emanando colori violetti. È il Tibet geografico, e si capisce come e perché ci sia sempre stato un Tibet dell'anima, lì dove tutto è incontaminato e illuminato, distante e allo stesso tempo vicino, intimo.

Il Tibet politico è più sfuggente; qualcosa che periodicamente emerge per poi di nuovo scomparire. Ricordate? Le proteste di marzo dei monaci buddisti finite in un massacro; la chiusura delle frontiere; l'idea, poi tramontata, di boicottare le Olimpiadi; l'assicurazione del governo di Pechino che durante i Giochi la stampa accreditata sarebbe stata libera di andare dove voleva. Solo per il Tibet, veniva sottolineato, occorreva un'autorizzazione. Lo si faceva per la sicurezza degli stessi giornalisti, naturalmente...

Forse è anche per questo che in Tibet alla fine non è andato nessuno. Più passavano i giorni e più la sua immagine si scoloriva. Forse è anche per questo che in Tibet ci siamo andati solo noi, «giornalisti di paesaggio», più che turisti per caso o di passaggio, come nel balletto anglo-burocratico che ha accompagnato due settimane di trattative ci siamo definiti.

Così adesso siamo a Lhasa. Il colpo d'occhio, sotto l'azzurro sfacciato di questo cielo così vicino, è impressionante. Usciamo dal sacro tempio di Jokhang, dove una settantina di monaci seduti a gambe incrociate salmodiano in un basso continuo, rivolti all'immagine sacra del Budda Sakiamuni. Giriamo rigorosamente in senso orario lungo la piazza del Barkhor, gremita di campagnoli che pregano, e di cittadini che fanno affari nelle centinaia di negozietti che circondano il tempio e ci chiediamo quanto e come l'elemento religioso, nel momento in cui viene garantito, cessi di essere un fattore di rivendicazione nazionale. E quanto e come l'elemento numerico, nell'alterare gli equilibri etnici, possa provocare nel tempo la scomparsa di un'identità nazionale.

Perché è chiaro che il «fattore umano» cinese, come vedremo più avanti, è numericamente preponderante rispetto a quello tibetano. Ed è altrettanto chiaro che la Cina vede nel Tibet qualcosa che storicamente le appartiene e a cui mai rinuncerà. Sicché, tutti i discorsi sull'indipendenza, sul governo in esilio, sul ruolo carismatico del Dalai Lama, rischiano alla fine di far perdere di vista il vero problema: come far convivere al meglio due etnie diverse per lingua, religione, costumi, tradizioni. Piuttosto che intervistare i tibetani in esilio, si dovrebbe cercar di sentire quelli che qui ci vivono e con il modello cinese devono fare i conti. Per quanto la cosa non sia facile, non è impossibile.


ASPETTAVAMO I CINESI
«L'anno scorso abbiamo avuto un sacco di gente. Quest'anno c'erano le Olimpiadi, d'accordo; ma un mortorio così non si era mai visto. Vengono quelli delle campagne, che si portano anche l'acqua da casa. Ma di turisti veri, che spendono...». Tashi, proprietario della locanda dove ci fermiamo per un tè si dondola sulla punta dei piedi, i pollici infilati nella cintola. «Dopo i fatti di marzo sapevo che sarebbe andata così».

Non è l'unico, Tashi, a piangere miseria. Come lui la pensano Dawa, Norbu, Kelsang, proprietari di un paio di botteghe e di un ristorantino lungo la via. «Doveva essere l'anno dei cinesi, ora che la Qinghai- Tibet, la ferrovia che ha abbattuto la nostra frontiera, marcia a pieno regime. Invece - si lamenta Kelsang - si son visti poco anche loro». «Loro». Ne parlano come fossero stranieri; come se dicessero: gli italiani, i tedeschi, gli americani. Glielo facciamo osservare. Ridono.

Qualche «forestiero» con gli occhi a mandorla però si vede. Xu Yun Hai, per esempio. È seduto al primo piano della locanda di Tashi, insieme con la sua fidanzata e a un gruppo di amici. Sono venuti da Shanghai (53 ore di treno) dove Xu, 29 anni, originario della provincia di Jiang Su, lavora in banca. Sono qui da sei giorni. Domani ripartono. Vacanze in Tibet, dopo tutto quel che è successo? «Perché no. Il Tibet è in Cina. E i tibetani sono sempre stati gentili con noi», risponde Xu. Però vi considerano stranieri... «Lo so. Alcuni pensano che il Tibet debba essere indipendente. Io credo che abbiano ragione. Forse è solo una questione di tempo. Così come a noi sono state restituite Hong Kong e Macao, e come un giorno riavremo Taiwan, così i tibetani potrebbero...».

«Ma no, ma no, che stai dicendo », si intromette Jigmila, cercando una versione politicamente meno scorretta. Ha 29 anni, Jigmila. Con lui, funzionario del ministero degli Esteri, abbiamo stretto un accordo. Niente interviste, percorsi turistici predefiniti, incontri preordinati. Non è solo il nostro scout. È anche la nostra guida, in tutti i sensi. Se uno accenna vagamente ai monaci abbattuti in piazza, per esempio, lui trasale. «Morti e feriti tra i monaci? Dite che c'erano addirittura le foto sui giornali italiani? A me non risulta. Qui nessuno ha saputo niente».

Anche a Jigmila, tuttavia, riesce difficile negare che tibetani e cinesi sono due mondi separati, dove il termine «integrazione» è sostanzialmente sconosciuto. Per esempio: Xu e i suoi amici sono qui da sei giorni, ma non hanno mai scambiato una parola con un loro coetaneo. «Ha ragione - conferma sorridendo il bancario di Shanghai -. Ora che ci penso, è proprio vero. È che di giorno eravamo in giro per le montagne. E la sera stavamo incollati davanti alla Tv a guardare le Olimpiadi...».

Quando raccontiamo della nostra guida a Lhamo, 18 anni, studentessa all'Istituto superiore per il Turismo, lei ride. «Li conosco. Non cambiano mai...». Nei tre mesi estivi Lhamo fa la cameriera in un albergo del centro, per non pesare troppo sulla famiglia. «Mia madre vendeva vestiti al mercato. Poi, con un pretesto, le hanno tolto la licenza». Lhamo racconta della normalizzazione seguita ai fatti di primavera, delle parole d'ordine consegnate ai cittadini dalle autorità: rimuovere, far finta che non sia accaduto nulla. «Chi parla di quella storia, chi commenta viene punito. Nei giorni degli incidenti i soldati ci hanno costretti a stare chiusi in albergo una settimana. Non volevano troppi occhi in giro».


MEGLIO PREVENIRE CHE REPRIMERE
Zhang Lizong, trent'anni scarsi, vice responsabile dell'ufficio esteri della Regione autonoma del Tibet, ha fatto preparare per noi una cena tipica dove lo yak, la mucca lanosa e dalle grandi corna che è il simbolo nazionale, è regina. È qui da tre anni, Zhang, sufficienti per sapere che non può limitarsi a tracciare un quadro idilliaco della convivenza tibetano-cinese.

«L'integrazione nel complesso è buona, nonostante qualche tensione. Ci sono stati molti matrimoni misti. Sa com'è: fin da ragazzi, tibetani e cinesi residenti, frequentano le stesse scuole... Rispetto a vent'anni fa, è cambiato anche il nostro modo di vedere il Tibet. Dico di noi funzionari, quadri dell'amministrazione, imprenditori, insegnanti: non è più una tappa o un punto di partenza nella carriera, ma un luogo dove fermarsi. E questo facilita i rapporti».

Resta il fatto che la città è presidiata militarmente. In specie nella parte vecchia. C'è una polizia addetta al centro storico, la Barkhor Police, uniforme blu scuro, cappellino con visiera, stivali. C'è la Psb, ovvero la Pubblica sicurezza, che veste anche in abiti civili, ed è riconoscibile a vista come lo era la squadra «politica » italiana delle grandi città negli anni Settanta. C'è la Ssb, ovvero la Sicurezza di Stato, e naturalmente c'è la Polizia militare, la Pap, acronimo della Polizia armata del popolo. Girano con il mitra, ma lo imbracciano, letteralmente, usando i guanti bianchi... Quando facciamo notare a Zhang questo spiegamento di forze, lui fa un mesto sorriso, quasi a scusarsi: «È meglio prevenire che reprimere: si dice così anche nel vostro Paese, credo».

Il giorno prima, in un bar del Barkhor, il "Maky Ame", ovvero la Ragazza Vergine, davanti a un bicchiere di chang, una specie di birra fermentata che è tutta da dimenticare, il proprietario ci aveva detto che al governo importava poco ciò che facevano gli stranieri. «Naturalmente gli interessa sapere con chi parlate, dove i giornalisti stranieri pescano le loro informazioni. E naturalmente c'è una sorta di sistema informativo, non ufficiale, che servirebbe a sorvegliarci gli uni con gli altri. Ma insomma non è più come una volta...».


LA FERROVIA DELLA NUOVA FRONTIERA Ci sono due Lhasa: quella occidentale e quella orientale. A unirle, un boulevard a sei corsie, la Bejing Lu, fiancheggiato da lampioni dipinti di bianco e di giallo, in stile tardo rococò. La prima, potete saltarla a piè pari. È una lunga teoria di concessionarie, di fabbrichette, di uffici governativi, di caserme e anonimi supermarket che hanno inghiottito, vetrioleggiandolo, il volto della mitica Shangri-La. A fianco di piccoli, deliziosi tempietti trovi bar in cui il sabato sera torme di sciamannati si danno al karaoke, e trattorie in cui se chiedi la tsampa, il piatto tradizionale tibetano a base di farina d'orzo tostato, ti guardano strano.

Ma se cercate un luogo dove la modernità si conclama, celebrando il mito del Progresso, dovete andare alla stazione ferroviaria. È lì che allunga il suo avveniristico muso il Qinghai- Tibet, orgoglio e scommessa di Pechino. Dove la scommessa sta nel trasportare masse popolari imbambolate ancora dietro alle Ruote delle Preghiere, e proiettarle verso quello stakanovismo laicista che ha fatto grande la Cina dei 51 ori olimpici. Il nuovissimo, supertecnologico treno delle nuvole (o della Nuova Frontiera, come molti romanticamente lo chiamano richiamandosi al vecchio sogno americano) funzionerà perfettamente, pensano i leader del Partito, per cambiare davvero, una volta per tutte, il panorama.

Il treno, in sé, è straordinario. Finestrini in cinemascope, maschere per l'ossigeno, un tracciato che negli ultimi 1000 chilometri sale fino ai 4mila metri, una trentina di sottopassaggi per consentire agli yak e alle capre di seguire le loro strade nel tempo della transumanza. Da Lhasa al lago Namtso, 4.718 metri sul mare, il lago salato più alto del mondo, ci sono più di 200 chilometri. Per un buon tratto, la linea ferroviaria segue quella stradale, scavalcando lo spumeggiante fiume Lhasa. Chilometri e chilometri di binari sospesi su forcelle in cemento armato; su terreni perennemente ghiacciati, in un panorama che talvolta è di struggente bellezza.

All'intorno, per restare al tema della Nuova Frontiera, ci sono le facce dei Sioux e dei Cheyenne che portano al pascolo i loro yak e ancora trasalgono, nonostante il treno sia in servizio da due anni, quando il missile sfreccia nella valle. Intorno al lago, fuochi di bivacchi, piccole piramidi di cacche vaccine stese ad asciugare (verranno buone d'inverno, nelle stufe), cavalli impennacchiati che aspettano di ripetere all'infinito la promenade lungo le sue sponde, vecchi e sgangherati bigliardi per intrattenere i viandanti e bandiere al vento. Il treno che sfreccia laggiù, nella valle, è costato (e ne costerà in termini di manutenzione) così tanti milioni di euro che pensare a un ritorno economico sarebbe stato da folli.

Il suo significato più profondo è politico, naturalmente. Facilitare i trasporti significa rendere ancora più permeabile un territorio che proprio per la sua sostanziale inaccessibilità era rimasto isolato, perdutamente ancorato alle sue tradizioni. Il Qinghai-Tibet serve a veicolare - promettendo facilitazioni fiscali, scuole per i figli, posti di lavoro - masse di disoccupati di etnia Han facendo saltare soprattutto nelle città gli equilibri etnici e demografici, confinando i tibetani al ruolo che gli spetta: quello di simpatici, colorati, pittoreschi, eccentrici residui del passato. Come i Sioux e i Cheyenne, appunto.

La Tv sta già facendo il resto, con la sua recita quotidiana, appassionata, martellante, di salmodie dirette a un Dio che era sconosciuto, sull'Hymalaia e dintorni, fino a qualche decennio fa: il dio del Consumo. «Non tutto però viene per nuocere - ci ricorda Jigmila, la guida -. Per gli studenti che andavano all'università di Pechino, la differenza è fra due giorni di treno o dieci di corriera. Per i commercianti e gli imprenditori è la differenza che passa tra gli 800 yuan del treno e i 2.400 di un biglietto aereo...».


IN AUTOSTRADA PER PREGARE MEGLIO Nel viaggio verso il lago Namtso, una mandria di yak blocca la strada. Chi la governa è un nomade golok del nord est. Non ha fretta. Noi neppure. Sui nomadi circola una storiella governativa. «Ti piace il Partito comunista cinese? », viene chiesto a uno di loro. «Sì. Ha costruito strade così buone che ora posso andare a Lhasa tranquillamente in automobile a visitare i templi dei Lama... ». Per quanto la fonte sia interessata, nella storiella c'è del vero.

E forse il problema del Tibet è quello di essere un territorio dove l'immagine della propaganda ha finito col sostituire quella della realtà. Ciò che noi occidentali conosciamo è il messaggio politico del Dalai Lama, le sue frequentazioni, i riconoscimenti che ne circondano la figura carismatica. Ma poco o niente sappiamo della vita quotidiana di un Paese in gran parte desertico che non raggiunge i tre milioni di abitanti, ma è un ottavo della Cina e otto volte l'Italia. Il tenore di vita fuori delle città è spesso elementare, le sacche di povertà tremende. Come al solito, la Cina si rivela incapace nel gioco della «seduzione pubblica», e il povero Zhang Lizong ne è consapevole. «Non siamo simpatici - ammette -. E la colpa in gran parte è nostra».

Eppure, dimenticati gli eccessi sanguinosi degli anni Cinquanta, e poi quelli della Rivoluzione culturale, da un ventennio a questa parte il governo ha fatto molto per il popolo tibetano: scuole, strade, ospedali, infrastrutture, aiuti economici, prospettive di lavoro. Sicuramente molto di più di quanto nel quarantennio novecentesco dell'indipendenza fecero per i propri sudditi la classe religiosa e la cosiddetta nobiltà di corte. Ciò che colpisce, andando in giro, è questo intreccio di povertà, meditazione, pellegrinaggio, semplicità. È difficile non coglierne gli elementi pittoreschi, se non grotteschi, nell'incedere, nel vestiario, negli attributi della fede.

Il piccolo cilindro girevole della Ruota della Preghiera, e il mantra recitato che ne accompagna il movimento; i seguaci dell'intero albero religioso buddista che si prostrano fino a terra per poi strisciare; i berretti neri, rossi e gialli delle varie confraternite... È evidente come la religione sia anche un modo, se non di guadagnarsi la vita, di adoperarsi a viverla, laddove la difficoltà di un lavoro o di una famiglia, la povertà, si ergono come barriere insormontabili. Il buddismo compassionevole, che crede nella reincarnazione, impedisce di maledire il proprio stato, così come il cercare di cambiarlo.

Nel monastero di Tashi Dor, scavato nella montagna ai bordi del lago Namtso, due anziane ex monache ci offrono un bicchiere di tè-yak, così chiamato perché è il burro dell'animale a dargli il colore e, purtroppo, il sapore. Vivono in una grotta di pochi metri quadri; a occhio non hanno nulla tranne il niente che gli serve. Hanno fatto della loro «inutilità» una ragione di vita, e sono contente così. Nel salutarci, la più giovane ci mostra una radiolina anni Cinquanta, perfettamente funzionante, per farci capire che non sono poi così fuori dal mondo. Sa come sono andate le Olimpiadi?, le facciamo chiedere. «Abbiamo vinto », risponde lieta.

Luciano Gulli
Stenio Solinas

www.ilgiornale.it

Dopo l'appello lanciato da Washington, in cui si richiedeva l'immediata liberazione dei cittadini statunitensi, le autorità cinesi hanno ceduto. Lo ha annunciato ieri l'ambasciata degli Stati Uniti a Pechino aggiungendo inoltre che, il gruppo formato da 8 persone, in reclusione dal 20 agosto scorso, si sono imbarcate ieri sera su un volo di Air China per Los Angeles. Gli americani detenuti avevano fra l'altro manifestato con striscioni in favore del Tibet vicino al "nido" olimpico. La stessa sorte degli americani e' stata riservata a un britannico e un tedesco, pronti per il rientro a casa.


Forse avevano ragione i cinesi nel dire che molti giornalisti occidentali sono andati a Pechino con qualche pregiudizio.

Gli atleti avrebbero dovuto restare soffocati dall’inquinamento, migliaia di contestatori avrebbero dovuto essere arrestati e malmenati per le strade e nessun inviato avrebbe potuto fare liberamente il proprio lavoro. Tutto questo, nella sostanza, non è avvenuto, le Olimpiadi sono state un successo globale privo di importanti incidenti, ed è certamente con un grande respiro di sollievo che la bandiera dai cinque cerchi è stata consegnata ieri nelle mani del sindaco di Londra, Boris Johnson, al quale toccheranno ora i problemi. Non è infatti certo che la Gran Bretagna riuscirà a superare nel 2012 la grandiosità dei Giochi cinesi. E la loro organizzazione, a causa della recessione in arrivo e della fuga degli sponsor, rischia di trasformarsi in un terribile incubo.

Le autorità cinesi ripetono spesso che vorrebbero esser giudicate dagli sforzi fatti, piuttosto che dai risultati raggiunti. Muovere in qualunque direzione un Paese di 1,3 miliardi di abitanti richiede tempo, e in fondo l’importante è che la direzione resti quella giusta. Le Olimpiadi potevano essere un’occasione per progredire nell’apertura verso il mondo esterno e nelle riforme democratiche interne, com’è avvenuto nella Corea del Sud dopo i Giochi di Seul del 1988. Oppure potevano essere il contrario, con il rischio di mostrare al mondo il proprio volto peggiore, repressivo e incurante dei diritti umani. Molti puntavano sulla seconda opzione e non è certo un caso che le rivolte in Tibet e nelle altre province che reclamano l’indipendenza siano scoppiate in occasione dei Giochi, alla ricerca di un palcoscenico mondiale altrimenti negato. Pechino rischiava perciò di ritrovarsi a gestire durante le Olimpiadi decine di sollevazioni analoghe, trasmesse in mondovisione.

Il duro intervento nel Tibet è stato certamente una macchia, ma probabilmente dal punto di vista di Pechino in quel momento non c’erano alternative. E poi perché i cinesi dovrebbero preoccuparsi, quando quasi tutti i leader occidentali fanno discorsi a sostegno dei tibetani e poi rifiutano di ricevere il Dalai Lama, minacciano di boicottare le Olimpiadi e poi ci vanno, perfettamente consapevoli di dover fare i conti con il risentimento di quella che presto diventerà la prima economia del mondo? Anche in fatto di diritti umani, sembrano pensare i cinesi, nessuno ha più l’autorità morale per darci lezioni. Non certo l’America di Guantanamo e di Abu Ghraib, con George Bush costretto a fare la coda dietro il Presidente albanese per essere ricevuto da Hu Jintao, né la Russia di Putin che proprio nei giorni delle Olimpiadi muoveva i suoi carri armati in Georgia, incurante di colpire i civili nei bombardamenti, e non escludeva l’uso di armi nucleari se qualcuno avesse contrastato i suoi interessi. Anzi, paragonando i Giochi con quanto accadeva in Ossezia, l’Occidente ha certamente sentito più nemica Mosca che Pechino e anche questo ha contribuito al successo d’immagine delle Olimpiadi. La Cina non ha bisogno delle armi per conquistare il mondo: lo sta già silenziosamente facendo con le sue banche.

Il risultato delle Olimpiadi cinesi sarà difficilmente replicabile, non solo dal punto di vista politico. Nessuno sa quanto sia davvero costato costruire impianti e strade, chiudere fabbriche inquinanti e costruirle nuove lontano dalla città, radere al suolo interi quartieri deportando gli abitanti, dimezzare il traffico e rallentare la produzione e l’economia per quasi un mese.

Tutte cose che non saranno possibili nei prossimi quattro anni a Londra, dove il budget dei Giochi del 2012 viene aggiornato in continuazione. Solo quello per la sicurezza è passato da 838 milioni di sterline a 1,4 miliardi, quello per gli interventi nei trasporti ha raggiunto gli 897 milioni e quello per gli impianti e il villaggio olimpico 1,8 miliardi. Ma in realtà, con una recessione alle porte, un’inflazione che punta al 5% e con il costo delle materie prime da costruzione in crescita esponenziale, nessuno può fare previsioni sul conto finale, che potrebbe anche raddoppiare. E mentre i costi salgono, gli sponsor - che hanno sostenuto Pechino con due miliardi di dollari - sono in fuga, vittime della crisi economica, ma anche di valutazioni non proprio positive sul rapporto tra soldi impegnati e benefici ricevuti. «Quali nomi ricordate delle Olimpiadi?», si domandava ieri l’Independent. Rebecca Adlington? Chris Hoy? Manulife? Atos Origin? I primi due hanno vinto l’oro, gli ultimi due lo hanno speso: 50 milioni di sterline ciascuno per niente.

Importanti marchi come Johnson&Johnson e Kodak si sono già ritirati, e altri seguiranno. Dei 650 milioni di sterline che si sperava di ottenere in sponsorizzazioni ne sono stati raccolti appena la metà e il rischio che i Giochi si trasformino in un bagno di sangue per le casse della città è molto elevato.

Forse le Olimpiadi cinesi saranno ricordate a lungo come quelle che hanno chiuso un’epoca, ormai possibili solo in un Paese molto ricco e non ancora del tutto democratico, che ha bisogno di investire sulla propria immagine. A Londra le organizzarono l’ultima volta nel 1948, in un Paese in rovina devastato dalla guerra. Non c’erano sponsor né tv, e furono belle lo stesso.

VITTORIO SABADIN

Pechino, 24 ago. (Ap) - L'ambasciatore degli Stati Uniti in Cina ha nuovamente sollecitato le autorità a rilasciare otto cittadini americani arrestati per aver organizzato proteste durante le Olimpiadi di Pechino.

L'ambasciatore Clark T. Randt Jr. ha osservato che il governo cinese dovrebbe dimostrare rispetto per i diritti umani e per la libertà di espressione e ha aggiunto che i responsabili Usa sono "delusi che la Cina non abbia sfruttato l'occasione delle Olimpiadi per dimostrare una maggior tolleranza e apertura".

In un comunicato, Randt ha informato che i rappresentanti consolari hanno incontrato gli otto americani arrestati la scorsa settimana dalle autorità cinesi per aver manifestato in favore del Tibet a Pechino. La nota ha confermato che gli americani saranno rilasciati dopo dieci giorni di detenzione. I detenuti hanno escluso qualsiasi maltrattamento da parte delle autorità cinesi.

Due degli otto detenuti erano stati arrestati venerdì dopo aver dispiegato uno striscione pro Tibet vicino a siti olimpici. Gli altri sei erano stati arrestati martedì e condannati giovedì a 10 giorni di detenzione amministrativa, pena che può essere inflitta a discrezione della polizia senza bisogno del giudizio di un tribunale. I difensori dei diritti umani affermano che i Giochi Olimpici non sono riusciti a migliorare la situazione dei diritti dell'uomo in Cina.

PECHINO (22 agosto) - A due giorni dalla chiusura delle Olimpiadi di Pechino, è ancora il Tibet a tenere banco sul fronte dei diritti umani. Due fotografi dell'agenzia america Ap sono stati fermati mentre scattavano immagini di una manifestazione vicino allo stadio nazionale Nido d'Uccello, mentre il comitato promotore dei Giochi ha accusato i giornalisti stranieri di essere «prevenuti» e di «non sapere molto sull'argomento». Intanto, in una conferenza stampa a Parigi, l'organizzazione Reporter Senza Frontiere ha parlato oggi di «bilancio disastroso» dei Giochi per la libertà d'espressione in Cina e ha criticato duramente il presidente francese Nicolas Sarkozy e quello del Cio, Jacques Rogge, per il loro silenzio sull'argomento. 

Wang Wei: basta parlare di censura. Nell'ultimo incontro con i giornalisti stranieri, il direttore esecutivo del comitato organizzatore (Bocog), Wang Wei, ha dato sfogo alla sua insofferenza per le ripetute domande di spiegazioni alle quali ha dovuto rispondere, quasi sempre dribblandole, sulle violazioni dei diritti umani. In particolare in Tibet, dopo che ieri Le Monde aveva pubblicato dichiarazioni del Dalai Lama - poi da lui stesso rettificate - secondo le quali la polizia cinese avrebbe aperto il fuoco su una folla di manifestanti, uccidendone a decine. «Tutte le critiche che abbiamo sentito in questa sala (durante le conferenze stampa ndr) - ha detto Wang - dimostrano quanto molti giornalisti siano prevenuti e quanto poco capiscano della Cina. (...) Sarebbe meglio se conosceste gli argomenti di cui scrivete».Ma poi, alla domanda se sarà possibile per i rappresentanti della stampa estera visitare il Tibet dopo le Olimpiadi, ha risposto: «Naturalmente ne avete diritto, ma a causa dei recenti avvenimenti vi sono delle limitazioni e avete bisogno di un permesso».
 
Fermati due fotografi Ap. Durante la conferenza stampa, un giornalista dell'Ap ha reso noto che due fotografi dell'agenzia sono stati fermati dalla polizia vicino allo stadio olimpico mentre scattavano immagini di una protesta di un piccolo gruppo di attivisti pro-tibetani. Alcuni episodi analoghi erano avvenuti nei giorni precedenti e gli autori delle iniziative, stranieri, erano stati fermati ed espulsi. Il giornalista ha detto che i due fotografi, prima di essere rilasciati, si sono visti sequestrare le apparecchiature e le immagini scattate da agenti in borghese che non si erano nemmeno identificati. «Questo episodio non sarebbe dovuto accadere», ha detto la portavoce del Cio, Giselle Davies, ricordando di avere già protestato per i maltrattamenti subiti il 13 agosto scorso da un giornalista britannico della rete Itn che cercava di coprire una manifestazione simile.

Sfratti olimpici. Wang Wei ha confermato che due donne di quasi 80 anni, sfrattate dalle loro case per far posto agli impianti olimpici, sono state condannate ad «un anno di rieducazione attraverso il lavoro» dopo che avevano chiesto il permesso di protestare in uno dei tre parchi di Pechino adibiti, secondo le autorità, alle manifestazioni autorizzate. Nessuno delle decine di permessi richiesti è stato accordato e anzi diversi degli aspiranti promotori sono stati fermati dalla polizia, secondo quanto reso noto dalle organizzazioni per i diritti umani. «Avremmo preferito vedere usati questi spazi per le proteste», ha detto Giselle Davies. Aggiungendo però che «senza dubbio, venire a fare le Olimpiadi a Pechino è stata la scelta giusta».

Reporter malmenati, pellicole sequestrate, autori di scritti o foto indesiderate identificati ed espulsi. L'ultimo episodio, denunciato da un giornalista dell’Ap, è successo ieri: due fotografi dell’agenzia sono stati fermati dalla polizia vicino allo stadio olimpico di Pechino mentre scattavano immagini di una protesta di alcuni attivisti pro-tibetani. Episodi a cui si aggiungono episodi tristi e paradossali come quello delle due ottantenni sfrattate dalle loro case per far posto agli impianti olimpici, invitate a chiedere un permesso per esprimere legalmente il proprio malcontento e in seguito a questo condannate a «un anno di rieducazione attraverso il lavoro». La loro colpa più grave evidentemente è stata quella di credere alle autorità che avevano assicurato di aver messo tre parchi di Pechino a disposizione delle manifestazioni autorizzate. Ma, come hanno denunciato le associazioni per i diritti umani, nessuno delle decine di permessi richiesti è stato accordato e gli aspiranti promotori sono stati fermati dalla polizia. Il quadro, pessimo sotto il profilo dei diritti umani, delle Olimpiadi di Pechino 2008 è stato tracciato da Reporters sans frontieres (Rsf), l’organizzazione per la tutela della libertà di stampa, che ha definito «disastroso» lo stato della libertà d’espressione durante i Giochi e ha accusato il Comitato internazionale olimpico (Cio) di «vigliaccheria». «Contrariamente a quello che hanno voluto farci credere - ha detto il segretario generale di Rsf, Robert Menard, nel corso di una conferenza stampa a Parigi - non c’è stata alcuna tregua olimpica di fronte alla repressione delle libertà individuali in Cina». Secondo Rsf, «almeno 22 giornalisti stranieri sono stati aggrediti e arrestati o ostacolati nel loro lavoro durante i Giochi» e «almeno 50 militanti per i diritti umani pechinesi sono finiti in custodia cautelare, vessati o costretti a lasciare la capitale durante i Giochi». «Almeno 15 cittadini cinesi sono stati arrestati per aver semplicemente chiesto il diritto di manifestare» e «almeno 47 militanti pro-tibetani, principalmente dell’organizzazione Students for a Free Tibet, sono stati arrestati o espulsi». Per Rsf, Jacques Rogge, presidente del Cio, mostra «una vigliaccheria e una codardia senza precedenti da sette anni e ha mentito a tutto il mondo». Giudizio severo, come si vede. Almeno quanto quello degli organizzatori cinesi dei Giochi: «Tutte le critiche che abbiamo sentito in questa sala - ha detto il direttore esecutivo del Bocog), Wang Wei a conclusione della conferenza stampa in cui erano stati chieste speigazioni su qeusto e altri episodi - dimostrano quanto molti giornalisti siano prevenuti e quanto poco capiscano della Cina». «Sarebbe meglio se conosceste gli argomenti di cui scrivete», ha concluso. Un modo possibile per garantire un'informazione corretta, mi permetto di suggerire, sarebbe, ad esempio, quello di garantire l'accesso degli ignoranti giornalisti occidentali al Tibet, le cui frontiere sono e resteranno chiuse. Così tutti potrebbero vedere e valutare di persona. Ma la Cina che aveva cacciato Tiziano Terzani nel 1984 sembra più attuale che mai.

Nonostante le Olimpiadi, o forse proprio per questo, la libera circolazione di informazioni o anche della musica in Cina non sembra certo migliorare. Da mercoledì scorso, giorno della comparsa dell'album "Songs for Tibet - The Art of Peace" sull'Apple iTunes Music Store americano, sembra che le autorità cinesi abbiamo deciso di bloccare l'accesso al popolare negozio online. Gli utenti di Beijing, Shangai e Shenzhen hanno confermato che da mercoledì mattina hanno cominciato a ricevere messaggi di "unknown error" quando hanno cercato di accedere a iTunes. Anche se Apple non ha aperto un'edizione cinese di iTunes Stores, gli utenti possono comunque scaricare contenuti gratuiti come i podcast e chi possiede una carta di credito americana può anche effettuare acquisti dallo store USA.

Un analogo blocco sembra aver colpito anche Amazon. Anche se Amazon.com resta comunque accessibile dalla Cina, le sue pagine dedicate alla descrizione del CD "Songs for Tibet" e la pagina di download genera errore, con il messaggio "The connection was reset. The connection to the server war reset while the page was loading", il tipico messaggio di quando vengono bloccati i siti. Venerdì mattina, i tentativi di accesso a Apple iTunes Music Store e Amazon.com dagli uffici cinesi di IDG News Services non hanno avuto esito, fino a quando non si è provato a farlo usando una VPN (Virtual Private Network), cioè un accesso protetto al web, che probabilmente non viene intercettato dalle autorità cinesi.

L'album "Songs for Tibet", acquistabile anche sull'iTunes Store italiano al costo di 11,99 euro, include 20 brani di vari artisti internazionali come Sting, Alanis Morissette e Moby e i suoi proventi saranno destinati "a varie iniziative a favore della pace e ai progetti di salvaguardia della cultura tibetana importanti per il Dalai Lama". Evidentemente questo è troppo per la Cina, che considera il Tibet parte integrante del suo territorio e bolla il Dalai Lama come un "separatista". Ricordiamo che già durante il tragitto della torcia olimpica nei vari Paesi del mondo si erano svolte diverse proteste contro l'atteggiamento della Cina nei confronti del Tibet (guarda il video).

(ASCA-AFP) - Pechino, 21 ago - L'ambasciata americana a Pechino si e' detta preoccupata per le notizie di manifestanti arrestati in Cina durante le Olimpiadi e ha chiesto al governo di Pechino di consentire la liberta' di espressione.

''Siamo preoccupati per le recenti notizie secondo le quali i cinesi hanno arrestato dei manifestanti'', afferma l'ambasciata in un comunicato.

''Chiediamo alla Cina di rispettare il diritto primario e universalmente riconosciuto di tutte le persone, cittadini cinesi compresi, a esprimere pacificamente le loro opinioni ed esortiamo i cinesi a mostrare il loro lato migliore durante questi Giochi Olimpici, perche' gli Stati Uniti sostengono la liberta' di espressione'', aggiunge il testo.

Il comunicato e' stato inviato per e-mail all'Afp dopo che la polizia di Pechino ha annunciato che sei stranieri sono stati condannati martedi' a 10 giorni di carcere per ''turbativa dell'ordine pubblico''.

La polizia non ha comunicato le identita' dei sei, ma secondo il gruppo ''Studenti per un Tibet Libero'' si tratterebbe di attivisti americani pro-Tibet arrestati martedi' a Pechino.

Una portavoce dell'ambasciata americana non ha voluto commentare la notizia della condanna e ha sottolineato che il comunicato non e' una risposta diretta a questi arresti.

(ASCA-AFP) - Parigi, 21 ago - Le forze di sicurezza cinesi potrebbero aver ucciso 140 persone lunedi' dopo aver aperto il fuoco sulla folla nell'est del Tibet. Lo ha detto il Dalai Lama a Le Monde.

''L'esercito cinese ha nuovamente aperto il fuco sulla folla il 18 agosto nella regione di Kham, nell'est del Tibet'', ha detto il leader spirituale tibetano al quotidiano francese, aggiungendo che ''140 tibetani sarebbero stati uccisi, ma la cifra deve essere confermata''.

Il volto pulito. Gli occhi neri neri. Che sanno dove andare. Capelli lisci. Sciolti lungo la schiena. A un tratto la sua chioma orientale si arruffa. Le copre lo sguardo. Il corpo esile vacilla. Un poliziotto le afferra il braccio. Le schiaccia il volto a terra. L’espressione si contrae in un smorfia. Più di rabbia che di paura. «Disturbava il pubblico». In realtà nascondeva una bandiera tibetana. La scena è l’ippodromo di Hong Kong. Il tempo, quello dei Giochi olimpici 2008. La protagonista, Christina Chan Hau-man. Tutto trasmesso in mondovisione il 9 agosto. Da allora è lei la Marianna cinese. Il simbolo di queste Olimpiadi della repressione e del dissenso.
Ha appena 21 anni Christina. Ed è già al suo secondo «arresto». A maggio, in occasione del passaggio della torcia olimpica ad Hong Kong, aveva osato partecipare ad una manifestazione contro le violazioni dei diritti umani in Tibet.
Riesci a raggiungerla al telefono. Si trova a casa. Si sta «preparando per uscire». Risponde il suo ragazzo. Musica rock di sottofondo. «Hello, may I speak to Christina?». «Yes, wait a minute, please». Sussurra. Per timidezza. Non è falsa modestia. Lo capisci subito e ti spiazza.
Christina, sai che per un giorno sei stata una star? La tua foto era su tutti i giornali e in tv.
«Ho visto, ma non penso di essere una celebrità ora. Spero almeno di aver contribuito così a tenere alta l’attenzione sul problema dei diritti umani in Cina».
Cosa è successo il 9 agosto all’ippodromo?
«Ero con un mio amico alle gare di equitazione. Volevamo fare un gesto di protesta, ma sai, qui sono ammesse solo t-shirt del tipo I love China. Abbiamo, quindi, pensato di nascondere la nostra bandiera tibetana e lo striscione contro il Partito unico cinese sotto una più innocua bandiera canadese. Siamo riusciti ad entrare».
E a quel punto?
«Non stavamo facendo nulla di male. Ma forse mi hanno riconosciuta per i miei precedenti. Forse si sono insospettiti perché eravamo vicini alla stampa. In un secondo tre uomini della sicurezza mi sono saltati addosso. Mi hanno spinto a terra e mi hanno tenuto lì per 15 minuti».
Perché protestare durante i Giochi di quest’anno?
«Molte persone hanno comprato il biglietto per le Olimpiadi, ma in poche hanno pensato al costo che queste hanno avuto per la popolazione cinese. Il governo ha operato molti abusi per assicurarsi di fare bella figura davanti al mondo, per garantire assenza di manifestazioni. È importante continuare a fare pressione sul governo».
Sulle libertà fondamentali Hong Kong rischia di avvicinarsi al modello cinese?
«A Hong Kong vi è libertà di pensiero e parola. Ma questa si sta assottigliando man mano che l’influenza cinese si estende. Sono molto spaventata per il futuro. La politica del “un Paese, due sistemi” sta diventando “un Paese, un sistema”».
Quali sono i tuoi studi e i tuoi interessi?
«Mi sono appena laureata in filosofia e a settembre inizio un master. Non vedo l’ora! Mi piace leggere. Vado spesso al cinema e amo la musica. Il mio ragazzo suona in una band. È australiano. Viviamo lontani ma riusciamo a vederci spesso».
La tua famiglia?
«Sono figlia unica. Vivo da sola con cinque gatti. Ma dai 10 ai 16 anni sono stata in Inghilterra con i miei».
E gli amici?
«Ho molti amici stranieri e con loro mi dedico all’attivismo. I miei coetanei non si interessano di politica perché scoraggiati dall’eccesso di controlli. Si buttano così su videogame e sport».
Da dove viene il tuo impegno?
«La mia esperienza all’estero e i miei studi hanno contribuito a formare la mia coscienza. Ho trovato ispirazioni nel filosofo John Stuart Mill e molti stimoli dagli amici della Free Tibet Organization. Ma ormai in Tibet mi è proibito entrare».

Quattro stranieri sono stati arrestati dalla polizia cinese perche' avevano inscenato una manifestazione per la "liberta'" del Tibet. I quattro - un tedesco di origine tibetana, due americani e un britannico- avevano fatto sventolare una bandiera tibetana e urlato "Tibet libero" nei pressi dello Stadio di Pechino. Si tratta dell'ottava manifestazione del genere da quando sono cominciati i Giochi olimpici. (AGI)

Pechino, 20 ago. (Adnkronos/Dpa) - Le forze di sicurezza cinesi hanno arrestato cinque attivisti statunitensi che erano riusciti nella tarda serata di ieri a dispiegare uno striscione con la scritta 'Free Tibet' - in inglese e cinese - all'interno del Parco Olimpico di Pechino. La scritta e' rimasta visibile in tutto per 20 secondi prima che intervenissero le forze dell'ordine. I cinque manifestanti appartengono all'organizzazione "Students for a free Tibet": gia' 40 manifestanti che fanno capo alla stessa organizzazione erano stati arrestati prima della notte scorsa.

Nuovi scontri tra polizia e esiliati tibetani sono avvenuti oggi a Kathmandu, la capitaledel Nepal, dove le forze dell'ordine hanno arrestato oltre duecento manifestanti cheprotestavano davanti all'ambasciata cinese.

Il Nepal ha proibito le manifestazioni in chiave anti-cinese anche se i tibetani continuano ad effettuarle scontrandosi poi con la polizia.

I manifestanti di oggi, soprattutto monaci, si sono radunati dinanzi all'ambasciatacinese urlando slogan come "Free Tibet" e "Cina lasciaci il nostro paese". Solo pochi giorni fa oltre 1000 tibetani eranostati arrestati dalla polizia nepalese per poi essere rilasciati il giorno dopo.

Il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner incontrerà il Dalai Lama venerdi assieme alla moglie del presidente della Repubblica, Carla Bruni-Sarkozy. Lo ha reso noto ieri un comunicato della diplomazia francese. L'incontro avverrà in occasione dell'inaugurazione di un tempio buddista il prossimo 22 agosto.
Inizialmente, un incontro tra il responsabile della diplomazia francese e il capo spirituale dei tibetani era in programma per mercoledì, ma il ministro era stato costretto a rinviarlo «a causa della crisi georgiana», come aveva dichiarato in una intervista.
La presidenza della Repubblica aveva fatto sapere il 6 agosto scorso che il Presidente non avrebbe incontrato il Dalai Lama, annuncio che aveva creato polemiche nel Paese.

(19/08/2008)

 
Attivisti filo-tibetani hanno inscenato oggi in Francia una nuova manifestazione di protesta contro la brutale repressione cinese nella regione himalayana: nel mirino e' finita questa volta la 'Coca-Cola', sponsor dei Giochi Olimpici in corso a Pechino. Una decina di dimostranti sono penetrati infatti nell'edificio che ospita il quartier generale francese della multinazionale americana a Issy-les-Moulineaux, a sud-ovest di Parigi: sono poi riusciti a raggiungere il tetto del palazzo, sul quale hanno issato bandiere del Tibet indipendente e striscioni nei quali si accusava la Cina di "Menzogne" e si inneggiava alla "Liberta' per il Tibet!". L'intervento delle forze dell'ordine ha rapidamente posto fine alla contestazione, senza particolari incidenti. Dall'inizio della XXIX Olimpiade, l'8 agosto scorso, in Francia le iniziative pro-tibetane si sono susseguite quasi ogni giorno, specie nel circondario della capitale. Nel Paese si trova attualmente lo stesso Dalai Lama, leader spirituale dei buddhisti tibetani, in visita per dodici giorni ma con finalita' esclusivamente religiose: durante la sua permanenza il premio Nobel per la Pace '89 ha tuttavia imputato al regime di Pechino di violare la tregua olimpica nella propria madrepatria, e di sottoporvi i civili a torture e sevizie. In aprile il passaggio da Parigi della torcia olimpica fu accompagnato da furiose proteste di piazza e persino da tumulti, che a loro volta innescarono in Cina una serie di manifestazioni e boicottaggi anti-francesi. - Parigi, 18 agosto

PECHINO 2008: DALAI LAMA, CINA TORTURA A MORTE TIBETANI

Dopo aver osservato uno scrupoloso silenzio e aver sostenuto pubblicamente le olimpiadi di Pechino a sorpresa il Dalai Lama ha accusato le autorita' cinesi di "arrestare spesso civili (in Tibet), che vengono torturati con efferatezza fino alla morte.
  Cio e' veramente molto, molto triste". In un'intervista al primo canale tv, Tf1, il leader spirituale tibetano in visita a Parigi ha puntato il dito contro Pechino che non "rispetta in alcun modo lo spirito olimpico" Il Dalai Lama, per le prossime due settimane in Francia, aveva iniziato a criticare apertamente Pechino mercoledi' durante un incontro al Senato.
  La sua visita ha anche alimentato nuove polemiche politiche tra il presidente Nicolas Sarkozy, accusato di non volerlo incontrare per non mettere a rischio le floride relazioni economiche con la Cina, e l'ex sfidante, la socialista Segolene Royal. Quest'ultima si e' spinta fino ad annunciare di voler andare in Tibet. (AGI) - Parigi, 17 agosto -

Dalai Lama teme stretta della Cina sul Tibet dopo i Giochi

PARIGI (Reuters) - I parlamentari francesi che hanno incontrato oggi il Dalai Lama in visita a Parigi hanno detto che il leader spirituale buddhista teme che la Cina possa aumentare gli insediamenti di cinesi Han in Tibet subito dopo i Giochi Olimpici. Un portavoce del Dalai Lama al momento non ha potuto confermare a Reuters quanto dichiarato da esponenti filotibetani.

"Ha detto che c'è il rischio che subito dopo i Giochi un milione di cinesi si stabiliscano in Tibet per diluirne ulteriormente la popolazione", ha dichiarato Jean-Louis Bianco.

I critici della Cina sostengono che la sua politica di consistenti insediamenti di cinesi Han in Tibet possa degradare la sua cultura particolare, soprattutto dopo la realizzazione nella regione di un collegamento ferroviario nel 2006.

La Cina smentisce, citando a sostegno della propria posizione il forte sviluppo economico e gli sforzi compiuti per preservare la cultura tibetana, sostenendo che solo una piccola minoranza di Han vive stabilmente in Tibet.

Il Dalai Lama è in Francia per una visita di due settimane, concentrata principalmente su impegni religiosi.

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Olimpiadi/ Pechino, 5 gli attivisti stranieri pro-Tibet arrestati

Pechino, 15 ago. (Ap) - Sono cinque gli stranieri arrestati dalla polizia cinese per aver issato uno striscione con la scritta "Free Tibet" (Tibet libero) su un tabellone delle olimpiadi nella capitale cinese, durante l'ultima della serie di proteste.

Kate Woznow dell'organizzazione "Students for a free Tibet" (Studenti per un Tibet libero) ha riferito che la protesta è avvenuta oggi nella sede della televisione statale nella zona est di Pechino. La Woznow ha detto che i cinque arrestati, tre americani, un britannico e un canadese, sono stati arrestati per aver issato sull'edificio lo striscione. Mentre due attivisti si sono arrampicati per fissare lo striscione a una struttura, altri tre sono rimasti a terra per proteggere l'operazione.

Wang Wenjie, dell'ufficio pubblica sicurezza di Pechino, ha detto di non avere alcuna informazione sulla vicenda e di non poter rispondere che a domande presentate per iscritto.

OLIMPIADI: 500 MANIFESTANTI TIBETANI ARRESTATI A KATHMANDU
(ASCA-AFP) - Kathmandu, 14 ago - La polizia ha arrestato almeno 500 esuli tibetani che protestavano davanti a un edficio dell'ambasciata cinese a Kathmandu. Lo riferiscono la stessa polizia e alcuni testimoni.

I manifestanti hanno spiegato che intendevano sfruttare i Giochi Olimpici di Pechino per mettere in luce gli abusi nel loro Paese.

''Il mondo deve aprire gli occhi di fronte alla sofferenza dei tibetani piuttosto che focalizzarsi sulle Olimpiadi di Pechino'', ha detto all'Afp Wangchuk Tsering, 28 anni, prima di unirsi alla protesta.

''Continuero' a protestare a meno che la Cina non garantisca i diritti umani in Tibet'', ha aggiunto.

Ci sono state proteste pro-Tibet quasi ogni giorno a Kathamandu dalla repressione nela regione controllata da Pechino causata dai violenti scontri di marzo.

Circa 1.000 tibetani si erano radunati di fronte all'ufficio visti. Meta' sono stati arrestati, mentre gli altri sono stati dispersi dopo essere stati caricati dalla polizia con bastoni di bambu'.


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OLIMPIADI: ESPULSI DA CINA GLI 8 ATTIVISTI 'STUDENTS FOR A FREE TIBET'
(ASCA-AFP) - Pechino, 14 ago - Gli otto attivisti del gruppo 'Students for a Free Tibet', che ieri hanno manifestato davanti al principale stadio olimpico di Pechino, sono stati gia' espulsi dalla Cina.

Il gruppo, che sostiene da anni la lotta per l'indipendenza della regione himalayana, aveva bloccato ieri l'entrata del parco della Cultura Etnica di Pechino e gridato il proprio dissenso contro le autorita' cinesi sventolando striscioni filo-tibetani. La protesta era stata subito sedata con forza dagli agenti di polizia che si sono scagliati addirittura contro una troupe dell'emittente televisiva britannica 'Itv' che si trovava davanti allo stadio 'Nido d'uccello' per riprendere la manifestazione.

Secondo Brianna Cotter, portavoce del gruppo umanitario, tra i militanti arrestati ci sono sette americani e una giapponese di origine tibetana. ''I sette americani sono stati spediti a Los Angeles, dove arriveranno a breve'', ha detto Cotter all'Afp. Pema Yoko, la tibetana con cittadinanza giapponese, e' stata invece trasferita a Francoforte da dove partira' alla volta di Londra.

''Sono profondamente impegnata nel difendere l'identita' tibetana contro l'oppressione cinese che sta distruggendo la patria di mio padre'', ha detto Yoko in una mail inviata all'Afp.

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TIBET: CINA, FRANCIA AFFRONTI CON PRUDENZA QUESTIONE DELICATA
(ASCA-AFP) - Pechino, 14 ago - La Cina ha esortato la Francia a gestire ''con prudenza'' la questione ''delicata'' del Tibet, mentre il Dalai Lama si trova in visita nel Paese.

''La posizione della Cina sulla questione tibetana e' coerente e chiara'', afferma il ministero degli Affari esteri in un comunicato, all'indomani dell'annuncio che il presidente francese Nicolas Sarkozy potrebbe incontrare il Premio Nobel per la Pace 1989 a dicembre.

''Speriamo che la Francia tenga conto delle preoccupazioni della Cina e affronti con prudenza questa questione importante e delicata'', aggiunge il testo.

La Francia dovrebbe ''compiere degli sforzi con la Cina per evitare ogni problema che puo' sorgere e assicurare lo sviluppo sano e stabile delle relazioni franco-cinesi'', si legge ancora nel comunicato.

Il leader spirituale tibetano, che vive in esilio in India, ha cominciato lunedi' una visita di 12 giorni in Francia.

La scorsa settimana, Sarkozy ha cercato di consolidare le relazioni franco-cinesi nel corso della sua visita a Pechino per la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici, dopo le forti tensioni degli ultimi mesi attorno alla questione tibetana.

Proteste pro-Tibet, arrestati 7 stranieri

Pechino, 13 agosto 2008 - La polizia cinese ha arrestato sette manifestanti stranieri pro Tibet vicino al villaggio Olimpico a Pechino e fermato per mezz'ora un giornalista della Tv britannica Itv, John Ray, che stava cercando di riprendere la scena. I dimostranti sono sei americani e una donna nippo-tibetana, ha riferito da New York Kate Woznow, direttore della campagna Students for a Free Tibet.


A quanto ha raccontato la Woznow, cinque membri del gruppo, che indossavano magliette con la scritta «Tibet libero» , sono arrivati in bicicletta e altri due si sono incatenati al cancello principale del parco della Cultura etnica cinese. Mentre la donna nippo-tibetana parlava della repressione in Tibet, altri due hanno srotolato striscioni sul Tibet.


«La protesta è iniziata alle 12.30 ed è durata 5-7 minuti»,
ha riferito la Woznow all'agenzia stampa tedesca Dpa, aggiungendo che tutti e sette sono stati arrestati.

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Tibet; Dalai Lama: Cina non rispetta la "tregua olimpica"

Parigi, 13 ago. (Apcom) - Il Dalai Lama ha dichiarato oggi ai parlamentari francesi che la Cina non rispetta la "tregua olimpica" e continua la sua repressione in Tibet. E' quanto hanno riferito diversi deputati e senatori al termine dell'incontro a porte chiuse con il leader spirituale tibetano, arrivato ieri in Francia per una visita di 12 giorni.

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TIBET: SARKOZY RICEVERA' IL DALAI LAMA A PARIGI IL 10 DICEMBRE

Parigi, 13 ago. - (Adnkronos) - Il presidente francese Nicolas Sarkozy ricevera' il Dalai Lama a Parigi, nell'ambito di un incontro con i premi Nobel per la pace, il prossimo 10 dicembre a Parigi. Lo ha comunicato Roger Karoutchi, sottosegretario incaricato dei rapporti con il Parlamento, confermando quanto scritto oggi da "Le Parisien". Il leader spirituale tibetano sara' nella capitale francese per partecipare alla cerimonia organizzata dal ministero degli Esteri per celebrare il 60mo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Il Dalai Lama si trova in questi giorni in visita in Francia, ma in occasione di questo viaggio non sara' ricevuto da Sarkozy. Il leader tibetano vedra' invede la first lady francese, Carla Bruni, che sara' presente il 22 agosto all'inaugurazione di un tempio buddista a Montpellier.

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OLIMPIADI: GIORNALISTA MALMENATO DA POLIZIA DURANTE PROTESTA PRO-TIBET

(ASCA-AFP) - Pechino, 13 ago - La polizia cinese ha bloccato e trascinato a terra un giornalista britannico che cercava di assistere ad una protesta filo-tibetana nei pressi del principale stadio olimpico di Pechino.

Secondo alcuni testimoni, un agente in uniforme si e' scagliato contro John Ray, corrispondente dell'Independent Television News (ITN), gettandolo a terra poco dopo che un gruppo di manifestanti stranieri aveva sventolato uno striscione a sostegno del Tibet.

Almeno 7 persone sono state arrestate immediatamente, mentre Ray e' stato costretto a consegnare cio' che teneva tra le mani, presumibilmente un blocco con alcune annotazioni su quanto avvenuto.

Ray, che era stato accredidato regolarmente per la Olimpiadi, ha dichiarato di esser rimasto nelle mani dei poliziotti per circa 20 minuti in una macchina della polizia e che tutto il suo equipaggiamento gli e' stato confiscato.

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Quando i Giochi fermavano le guerre

Quando i Giochi iniziano, si interrompe la battaglia. E’ forse la regola tramandata dalle Olimpiadi dell’antica Grecia che si ricorda di più e che, nelle edizioni moderne, è rispettata meno. Un paradosso che ha trovato la sua massima espressione proprio in queste Olimpiadi appena inaugurate. Nel giorno in cui si è aperta la XXIX edizione dei Giochi, è scoppiata la guerra tra Russia e Georgia, che si contendono la regione caucasica dell’Ossezia del sud.

Un conflitto che in meno di 48 ore ha fatto più di 1500 morti e 30mila profughi. Neanche il tempo di iniziare che dunque l’Ekecheiria, la tregua olimpica come la chiamavano gli antichi greci, è stata violata. In realtà nella storia dei Giochi moderni, l’Ekecheria non ha mai avuto buona sorte, ma ci si ostina ad associare alle Olimpiadi quei concetti di fratellanza, pace e unione tra i popoli con i quali il barone De Coubertin, nel 1896, partorì la versione moderna dei Giochi di Olimpia.

In oltre 110 anni di storia e 29 edizioni, l’ossimoro tra Olimpiadi e guerra si è manifestato molte volte in molteplici forme. I due conflitti mondiali risucchiarono tre edizioni dei giochi: 1916, 1940 e 1944. A Città del Messico, nel 1968, la guerra si trasformò in guerriglia assassina. Settembre nero e il bagno di sangue che seguì alla sua offensiva, invece, si portarono via la spedizione israeliana a Monaco 1972.

E ancora, il conflitto tra i due fronti della cortina di ferro, che si combattè ai Giochi di Mosca nel 1980 e quattro anni dopo a Los Angeles. Prima gli americani boicottarono i Giochi sovietici per protestare contro l’invasione dell’Afghanistan, poi furono i sovietici a ricambiare il gesto. E poi l’apartheid che ha tenuto fuori gara il Sudafrica dal 1960 fino a Barcellona 1992, quando i balcani erano in fiamme e gli atleti jugoslavi (serbi, bosniaci e montenegrini) furono costretti a partecipare sotto la bandiera neutra del Cio.

Dal momento che sono iniziate, le Olimpiadi non si sono mai fermate e sarà così anche a Pechino. Un’Olimpiade che i cinesi hanno voluto aprire l’8 agosto 2008, una data considerata fortunata. E invece le Olimpiadi iniziano già macchiate dal peccato originale delle violazioni dei diritti civili e delle violenze in Tibet e da una nuova guerra nel Caucaso.

La tregua olimpica sembra essere ridotta a un romantico auspicio e nulla più. Eppure alla mente riaffiorano immagini ben diverse, come quelle di un’emozionata Cathy Freeman, che impugna fiera la fiaccola olimpica e accende il braciere di Sidney 2000. Lei, atleta aborigena australiana scelta dai bianchi per suggellare tante scuse e una pace fatta. Cathy Freeman è un’immagine di riconciliazione che, a dispetto dello spirito olimpico, i Giochi hanno offerto raramente, tradendo così l’idea di De Coubertin. Ma proprio l’ultima tedofora di Sidney 2000 dimostra che il progetto del barone è realizzabile. Peccato che nessuno sembra crederci veramente.

Viviana Pentangelo - TGCOM

Tibet: Dalai Lama in Francia, bagno di folla alla Pagoda
(ANSA) - PARIGI, 12 AGO - Primo giorno di visite in Francia per il Dalai Lama che ha benedetto il Buddha d'oro della Pagoda di Evry, la piu' grande d'Europa. La sua visita si vuole 'religiosa' ma, con i Giochi Olimpici, prende toni politici. Il Dalai si e' mostrato conciliante, ai giornalisti che gli hanno chiesto se e' dispiaciuto di non incontrare il presidente Sarkozy ha risposto con un sorriso: 'Non importa'. Vedra' la premiere dame Carla Bruni. Sui Giochi: 'Il popolo cinese merita di accogliere i giochi'.

OLIMPIADI: CINA ORDINA AD ATTIVISTI ARRESTATI DI LASCIARE IL PAESE

(ASCA-AFP) - Pechino, 6 ago - La Cina ha ordinato ai quattro attivisti, due americani e due britannici, che hanno srotolato e cercato di appendere due striscioni pro-Tibet nei pressi dello studio ''Nido d'Uccello'' a Pechino, di lasciare il Paese. Lo riporta l'agenzia stampa Xinhua.

Due dei manifestanti, membri del gruppo degli Studenti per un Tibet Libero, partiranno oggi, mentre gli altri due domani, spiega l'agenzia, citando la polizia.

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TIBET: DALAI LAMA ARRIVATO IN FRANCIA, NESSUN INCONTRO CON SARKOZY

Parigi, 11 ago. (Adnkronos)- Il Dalai Lama e' arrivato oggi in Francia per una visita di 12 giorni durante i quali non incontrera' il presidente francese Nicolas Sarkozy. Il palazzo dell'Eliseo ha precisato che non e' giunta nessuna richiesta in questo senso da parte del leader spirituale tibetano. Nessuna accoglienza ufficiale e' stata organizzata per il Dalai Lama, che avra' soltanto incontri di caratteri privato. La moglie di Sarkozy, Carla Bruni, sara' tuttavia presente domani all'inaugurazione di un tempio buddista fuori Parigi, cui partecipera' il Dalai Lama. Il leader tibetano in esilio vedra' mercoledi' un gruppo di deputati francesi.

Pechino: ancora proteste, detenuti 9 attivisti pro-tibet
(ANSA) - PECHINO, 10 AGO - Cinque attivisti filotibetani hanno inscenato oggi una nuova protesta nei pressi di piazza Tiananmen, nel centro di Pechino. Altri 4 sono stati bloccati dalla polizia cinese nel loro albergo, il Beijing Hotel, anch'esso non lontano dalla principale piazza della capitale. Quattro attivisti canadesi sono stati fermati dalla polizia. Ieri cinque militanti di Students for a Free Tibet erano stati fermati ed espulsi dalla Cina dopo aver inscenato una protesta sulla piazza.
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Bombe contro polizia nello Xinjiang, otto morti
PECHINO -  Otto morti, di cui sette terroristi e un addetto alla sicurezza, più due poliziotti e due civili feriti: è questo l'ultimo bilancio di diverse esplosioni avvenute nella regione autonoma dello Xinjiang, secondo l'agenzia Nuova Cina

La prima esplosione è avvenuta alle 2.30 della notte ora locale, nella regione di Kuqa, dove un carretto con a bordo dell'esplosivo è entrato nel cortile di un commissariato di polizia all'interno della quale è esplosa. La bomba ha ucciso un'addetto alla sicurezza e ferito due poliziotti e due civili, distruggendo inoltre due macchine della polizia. Uno degli attentatori è rimasto a sua volta ucciso, colpito dalla polizia, un secondo si è tolto la vita. Un arresto e un ferito ancora tra i terroristi. Alle 8.20 del mattino, la polizia locale ha poi trovato cinque terroristi nascosti in un mercato con dell'esplosivo tossico da loro prodotto: due sono stati uccisi, gli altri tre si sono fatti saltare in aria.

La cellula terroristica, secondo la polizia, era composta in tutto da 15 persone. Gli ordigni erano costruiti con bombole di gas e tubi riempiti di carburante. Gli investigatori hanno anche trovato un taxi con inneschi per una bomba. La regione è stata isolata, le autorità hanno ordinato a tutte le istituzioni e imprese di interrompere le loro attività, e ai negozi di chiudere. Restrizioni sono scattate per i veicoli in ingresso e in uscita dalla regione di Kuqa, che conta una popolazione di 400.000 persone.

Nella regione autonoma, con una forte presenza musulmana, i controlli di sicurezza erano stati rinforzati gia' a partire dall'inizio di luglio: secondo la polizia dello Xinjiang dall'inizio dell'anno sono stati arrestati 82 sospetti terroristi, impegnati a organizzare attentati contro i Giochi Olimpici di Pechino, e sono stati sgominati cinque diversi gruppi islamici.

 L'attentato di lunedi', secondo le autorita' cinesi, era in particolare collegato al 'Movimento islamico del Turkestan orientale' (Etim), un'organizzazione che punta all'indipendenza della regione. L'Etim ha smentito qualsiasi responsabilita'. Il giorno prima dell'inaugurazione dei Giochi una nuova minaccia era stata pero' lanciata via Internet con un video firmato dal Partito Islamico del Turkestan (Tip). Gli autori del video si dichiaravano pronti alla ''guerra santa'' contro la Cina e invitavano i musulmani a stare lontani dagli eventi olimpici e a tenere i loro figli lontani dai luoghi che li ospitano, perche' rischiano di restare coinvolti in attacchi jihadisti che prenderanno di mira i Giochi. La sigla e' la stessa che ha firmato un video analogo il 23 luglio scorso, quando il presunto leader del Tip, noto come Seyfullah, minaccio' le Olimpiadi e rivendico' recenti attacchi a Kunming e Shangai (ma le autorita' cinesi hanno espresso perplessita' sulla rivendicazione). Non e' chiaro se il Tip sia un'emanazione dell'East Turkistan Islamic Movement (Etim), movimento inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dal Dipartimento di Stato Usa.

NEPAL, 600 ARRESTI PER TENTATO ASSALTO A CONSOLATO CINA

La polizia nepalese ha interrotto un raduno a favore del Tibet a Kathmandu, arrestando piu' di seicento persone dopo che queste avevano cercato di assaltare la sede del consolato cinese. I contestatori, in maggioranza monaci e monache buddhisti, protestavano contro la feroce repressione cinese nella regione himalayana, lo scorso marzo, al grido "Free Tibet!". Una volta avvicinatasi la folla al consolato della Cina, sono pero' intervenite le forze di sicurezza locali che hanno bloccato il tentativo di irruzione e caricato a forza su camion i manifestanti. Il Nepal ospita circa ventimila tibetani, quasi tutti fuggiti dalla madrepatria dopo le rivolte stroncate dall'Esercito cinese nel 1959. Ieri altri 1.300 tra tibetani e loro sostenitori erano stati arrestati dalla polizia nepalese durante una manifestazione, svoltasi in contemporanea con la cerimonia d'apertura dei Giochi Olimpici di Pechino 2008.

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PECHINO: UN MORTO E 1 FERITO IN AGGRESSIONE

Due parenti del coach della nazionale maschile di pallavolo americana sono stati aggrediti: uno è morto e un altro e' gravemente ferito.  L'aggressore, Tang Yongming, 47 anni, ha attaccato due americani in un quartiere turistico della capitale cinese e si é poi suicidato gettandosi da una torre storica, ha precisato l'agenzia citando un portavoce del municipio. Non è stato reso noto come il turista sia stato ucciso, né altri particolari sul fatto, avvenuto vicino alla torre del tamburo, nel centro di Pechino. Secondo l'Afp, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, in visita a Pechino, è stato informato e ha espresso solidarietà "ai famigliari delle vittime".

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PECHINO 2008: ARRESTATI 5 ATTIVISTI STRANIERI PRO TIBET A PIAZZA TIENANME

Pechino, 9 ago. - (Adnkronos/Dpa) - Continua la repressione della protesta a Pechino. Cinque attivisti stranieri sono stati fermati oggi dalla polizia a Piazza Tienanmen, dove avevano inscenato una manifestaziona a sostegno del Tibet e contro la politica cinese nella regione. Secondo quanto riferito da Matt Whitticase, della campagna "Free Tibet" di Londra, quattro dei manifestanti, avvolti in una bandiera tibetana, si sono stesi per terra simulando la morte sotto il grande ritratto di Mao Tse Tung che si trova sulla piazza. Il quinto spiegava intanto ai passanti il significato della protesta. I manifestanti sarebbero tre americani, un canadese e un tedesco. Gia' mercoledi' scorso, la polizia cinese aveva arrestato e poi espulso dal Paese quattro attivisti stranieri - due britannici e due americani - che avevano srotolato uno striscione inneggiant