Per i marxisti italiani, tornati extra-parlamentari proprio alla vigilia del quarantennale del '68, c'è un'isola rossa dove emigrare, il Nepal.
A Katmandu si sventolano i libretti rossi di Mao, la proprietà privata è un furto, la politica si fa col fucile. Qui la Cina ha realizzato un capolavoro di geopolitica e strategia, spostando verso Pechino l'asse di un paese da sempre legato all'India -e non solo per la comune fede hindu.
Quando i maoisti guidarono la Lunga marcia contro re Ganyendra gli occidentali che leggono Corriere della Sera e New York Times gongolavano, credendo di trovarsi di fronte all'abolizione di una dittatura, come quando fu abbattuta la teocrazia atea di Ceausescu. Caduto il re corrotto i benpensanti già si aspettavano l'arrivo di una democrazia zapaterista, con il consueto arrivo della Settimana rivoluzionaria dalle sette domeniche, e un paese dai fiumi al latte e miele.
Tra i liberatori però c'era di tutto: i democratici filo-indiani del Nepali Congress, i marxisti ortodossi, e i maoisti che per dieci anni avevano condotto la guerriglia nelle campagne, dove sequestravano intere scolaresche (in stile FARC colombiane), per rieducarle, utilizzando insegnanti e ragazzi per la guerriglia o per servizi logistici e sessuali. Il re adesso finirà esule. Sei mesi fa i maoisti sono usciti dal governo di unità nazionale, e ora -grazie a una campagna elettorale di intimidazioni e morti- hanno vinto.
Il problema fondamentale per Pechino era contenere le spinte autonomiste in Tibet. Quando è esplosa la crisi a Lhasa si è vista l'efficienza del piano: gli arresti di tibetani che manifestavano nella capitale nepalese sono stati massicci e feroci. Si segnalava la presenza di agenti cinesi. Bloccata ogni via di fuga dal Tibet.
Finora l'economia era dominata dall'India. Il Nepal può trovare solo nel turismo una fonte di sostegno, vista la lontananza dalle vie di comunicazione transoceanica, che hanno determinato lo sviluppo nel Far East. Il PIL pro capite è di 1.100 $ annui.
Il Nepal ora sta per diventare una dittatura comunista. Complimenti ai comunisti e agli asini d'Occidente, sempre pronti a spellarsi le mani per gli hitler e gli stalin, o il boiardo e il tonto di turno.
Bisogna aggiungere anche gli asini indiani. Secondo il direttore dell'India Institute for conflict Management, Ajai Sahni "Neppure un politico a New Delhi si aspettava la vittoria dei maoisti in Nepal". A loro era bastato l'atto formale del 2006, quando i maoisti (considerati terroristi da parte degli USA) avevano deposto le armi. Adesso verrà rinegoziato il trattato di pace India-Nepal, vecchio di 58 anni. Naturalmente a fianco dei rivoluzionari col fucile e il libretto rosso è arrivato Jimmy Carter, che sabato scorso a Katmandu ne ha "certificato" il cammino verso la democrazia. Ma allora anche Mugabe è un democratico. Quel che è certo è che la politica internazionale va cambiata in meglio: tutte le crisi economiche hanno origini geopolitiche e il dilettantismo impera.





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