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(ANSA) - NEW DELHI, 26 OTT - Il Dalai Lama ha perso la speranza di raggiungere un accordo con Pechino sull'autonomia del Tibet ma non intende per questo ritirarsi. Lo ha detto uno dei suoi assistenti. 'A causa della mancanza di risposte da parte della Cina, dobbiamo essere realistici, non ci sono speranze', ha detto Tenzin Takiha. 'Sua santita' - ha aggiunto - non vuole essere un ostacolo per la causa del Tibet. Per questo ha inviato una lettera al parlamento per parlare delle opzioni che gli restano'.

Dharamsala, 25 ott. (Ap) - Il Dalai Lama ha deciso di abbandonare gli sforzi tesi a convincere Pechino a concedere una maggiore autonomia al Tibet sotto amministrazione cinese. Il leader spiriturale dei tibetani ha annunciato - nel corso di un suo intervento pubblico a Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio nel nord dell'India - l'intenzione di chiedere ora al suo popolo quale sia il modo giusto di proseguire il dialogo.

La Cina ha più volte accusato il 14esimo Dalai Lama Tenzin Gyatso di condurre una campagna politica nel tentativo di dividere il Tibet dal resto del paese. Accuse respinte dal leader dei buddisti tibetani, in esilio in India dal 1959.

Il Dalai Lama ha sottolineato di aver inseguito per molto tempo la "strategia della via di mezzo", senza ottenere una "risposta positiva dalla parte cinese".

Intanto è prevista un nuovo round di discussioni tra i suoi inviati e i responsabili cinesi alla fine del mese. Un portavoce ha confermato che le trattative sono ancora in corso.

Nonostante le minacce cinesi - così rovinerete i rapporti diplomatici - l'assemblea di Strasburgo ha confermato l'assegnazione del prestigioso premio Sakharov per la libertà di pensiero al blogger che ha osato criticare il regime e che per questo si trova in carcere dal dicembre del 2007. Scriveva in difesa dei malati di Aids e per la libertà religiosa, chiedendo più democrazia e auspocando una soluzione pacifica per il dramma del Tibet. Per questo Hu Jia è stato accusato di "istigazione alla sovversione" dal governo cinese e dal dicembre del 2007 si trova in carcere, in precarie condizioni di salute. Forse non sa che Il Parlamento europeo ha deciso di insignirlo del prestigioso premio Sakharov per la libertà di pensiero e che il suo caso rischia di creare una frattura nei rapporti diplomatici fra Europa e Cina. Il governo di Pechino, infatti, aveva espresso forte contrarietà verso l'assegnazione del riconoscimento a Hu Jia, anche perché l'attribuzione del premio a dissidente costituisce una censura di fatto alla mancanza di libertà di espressione che vige nel Paese. Gli eurodeputati, tuttavia, non si sono lasciati intimidire. Il caso di Hu Jia era stato portato alla ribalta dalle ripetute denunce di diverse associazioni e la sua storia aveva commosso il mondo, al punto che il suo nome circolava addirittura per il Nobel per la pace, poi attribuito al diplomatico finlandese Martti Athisaari.

Non più solo Google, Microsoft e Yahoo. Ora anche Skype collabora con le autorità cinesi nel filtrare e censurare i milioni di messaggi che viaggiano nella rete. Citizen lab, un gruppo di ricerca canadese, ha infatti denunciato di aver ritrovato un database con migliaia di parole "sensibli" che bloccano le email. L'archivio informatico contiene più di 150.000 messaggi che comprendono parole come "democrazia", Tibet" o riferimenti al movimento spirituale fuori legge Falun Gong, oltre a dati personali dai quali è possibile ricavare i mittenti. Skype, che in Cina opera insieme a Tom Online, la compagnia governativa delle telecomunicazioni, si giustifica dicendo che ha dovuto stabilire procedure che andassero incontro alle leggi locali.

Ancora una volta la Cina finisce sul banco degli imputati, stavolta per un sistema di sorveglianza governativo che si occupa di monitorare le chat estraendone parole e frasi politicamente rilevanti.

La scoperta è stata effettuata da un gruppo di attivisti per i diritti umani e ricercatori in sicurezza informatica che hanno riscontrato tale sistema spia nei confronti dei clienti di Tom-Skype, frutto di un accordo tra un provider cinese ed eBay, il sito d’aste proprietario di Skype.

Una volta individuate le parole incriminate, il sistema ne impedirebbe completamente la trasmissione da un capo all’altra della chat: tra i vari termini (tradotti) troviamo indipendenza di Taiwan, comunista, Tibet, Mao Zedong, Tienanmen e addirittura la stessa parola Skype.

In tutto ciò la cosa più singolare è che stando a quanto dichiarato da Nart Villeneuve, uno degli scopritori dei server spia, il ritrovamento dei file sospetti contenenti centinaia di righe di log con parole chiave e utenti sarebbe avvenuto trovando una directory completamente visitabile dall’esterno, dalla quale il ricercatore sarebbe risalito a tutti i dati necessari per effettuare la scoperta inclusa la chiave numerica per aprire i file segreti.

In seguito all’annullamento del viaggio in Europa del Dalai Lama, per motivi di salute, il Festival Internazionale del Film di Roma ha deciso di sospendere la giornata dedicata al popolo tibetano e al suo capo spirituale organizzata in collaborazione con la Provincia di Roma. Era prevista, infatti, per l’8 ottobre la visita del Dalai Lama a Roma. In quell’occasione Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama del Tibet e Premio Nobel per la Pace, insieme al regista Bernardo Bertolucci e a Goffredo Bettini, in veste di ambasciatore della Fondazione Cinema per Roma, doveva essere protagonista di un incontro con il pubblico all’Auditorium Parco della Musica.

Presidente della Regione Marche, colleghi, gentili redazioni dei quotidiani, delle radio e delle televisioni
Nei giorni scorsi abbiamo protestato contro la presenza dell'ambasciatore cinese nelle Marche, non solo per l'occupazione del Tibet ma anche per la totale violazione dei dirittii umani che arriva fino all'utilizzo degli organi dei sempre più numerosi condannati a morte. (alleghiamo 2 filmati shok)
Uno dei filmati che vi invitiamo a vedere è stato registrato con telecamera nascosta da un giornalista della BBC.  Invitiamo la Giunta regionale e il consiglio tutto a prendere chiaramente le distanze da chi applica tali inumane pratiche. Invitiamo la stampa a dare risalto a quanto accade tra l'indifferenza delle istituzioni e delle imprese in nome del business.
 

http://it.youtube.com/watch?v=wcXzMQ7j3K8 


http://it.youtube.com/watch?v=Ia04u0u8J8s

Il Dalai Lama è stato costretto a rinunciare per motivi di salute al giro in Germania e in Svizzera che avrebbe dovuto effettuare il mese prossimo, nuova tappa europea dopo la recente visita in Francia. Lo hanno annunciato fonti dello staff personale del leader spirituale dei buddhisti tibetani da Dharamsala, nel nord dell'India, dove ha sede il governo in esilio del Tibet.

Le fonti hanno precisato che i medici hanno consigliato riposo assoluto al 73enne vincitore del premio Nobel per la Pace 1989, al secolo Tenzin Gyatso, il quale aveva accusato negli ultimi tempi dolori addominali che ne avevano imposto un breve ricovero in ospedale. "Le sue condizioni generali di salute sono comunque buone", hanno tuttavia assicurato.

Kathmandu (AsiaNews) – Serpeggia il panico fra le centinaia di tibetani che vivono in Nepal, ma non godono dello “status di rifugiati” assegnato dal governo (Refugee Certificates, Rc). Il Ministro nepalese degli interni ha infatti disposto un provvedimento in base al quale gli immigrati clandestini saranno sottoposti ad accurati “controlli” da parte delle forze di polizia e non si escludono possibili provvedimenti di espulsione.

Il giro di vite potrebbe interessare più del 30% dei 20mila rifugiati tibetani in Nepal, ospitati in quattro diversi centri di accoglienza a Pokhara, perché entrati in maniera clandestina nel Paese o non hanno mai ottenuto il Refugee Certificates. Esso è stato assegnato a tutti i rifugiati tibetani il cui ingresso è avvenuto prima del 1989, ma secondo alcune fonti sarebbe stato rilasciato sino al 1995.

Il provvedimento voluto dal Ministro degli interni Bamdev Gautam sembra confermare la sempre maggiore influenza della Cina sul piccolo stato himalayano, il cui governo è sottoposto a continue pressioni volte a sradicare i “movimenti di protesta anti-cinese” sul suo territorio e a impedire una “protezione” ai profughi tibetani che hanno trovato “accoglienza” nella capitale nepalese.

Ieri l’ufficio per l’immigrazione ha mandato 106 manifestanti pro-Tibet nella sede dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhrc) al fine di verificare la loro effettiva condizione di profughi; i tibetani erano rimasti in silenzio davanti agli ufficiali di polizia nepalese che li interrogavano e non hanno voluto spiegare se godono o meno dello status di “rifugiati”.

Secondo fonti dell’intelligence essi provengono da Dharamsala, sede del governo tibetani in esilio, e hanno partecipato in maniera attiva alle dimostrazioni davanti all’ambasciata cinese a Kathmandu. Proteste che hanno toccato l’apice nei giorni che hanno preceduto l’inaugurazione delle Olimpiadi a Pechino: il governo nepalese ha dovuto dislocare oltre 400 fra agenti e forze di sicurezza per contenere le dimostrazioni.

Fonti di AsiaNews in Nepal parlano inoltre di provvedimenti ancora più restrittivi nei confronti dei rifugiati tibetani, anche se non sono stati illustrati nel dettaglio; dall’ufficio del Ministro degli interni giunge invece la notizia secondo cui le proteste dei profughi tibetani sarebbero fomentate da Ong europee e americane. Anche in questo caso la fonte governativa non fa i nomi delle organizzazioni finite nel mirino del governo, ma avverte che eventi simili non verranno più tollerati in  futuro.    

L’agonia del Paese dei monaci color zafferano è di fatto iniziata il 1° ottobre 1949, quando Mao Zedong proclamò ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese,  e si è definitivamente conclusa il 1° luglio 2006 con l’inaugurazione ufficiale dell’ultima, agognata tratta della linea ferroviaria che collega Pechino alla capitale tibetana Lhasa. Nessuna speranza, allora, per il Tibet? Come sempre, solo che il regime comunista crolli una volta per tutte.
Stantuffando per centinaia e centinaia di chilometri dal lontano est della capitale Pechino, lasciatesi alle spalle le città di Lanzhou e di Xining, corre oggi in Cina un futuristico “treno dei cieli” (come lo chiamava, sognandolo, il “Gran Timoniere”) che biseca in senso longitudinale la provincia del Qinghai, abitata da popolazioni di etnia tibetana e confinante con lo Xizang, la Regione autonoma del Tibet, sic. Prima di lanciarsi sull’altopiano tibetano e quindi giù per le valli che conducono a Lhasa, il treno attraversa la capitale del Qinghai, la città-contea di Golmud. È la grandiosa ferrovia transtibetana, un’impresa degna della Grande Muraglia, delle piramide egizie, forse del Colosso di Rodi: ma il suo splendore è funzionale solo al continuo e sempre rapace avanzamento del comunismo cinese.

In Tibet by train
Dopo la realizzazione, conclusa nel 1984, degli 815 chilometri della tratta Xining-Golmud che collega il potere totalitario di Pechino alla regione centrale del Qinghai, per anni Golmud ha segnato il capolinea di quel lungo binario. Poi però, nel 2001, i lavori sono ripresi alacremente e in soli cinque anni hanno raggiunto il cuore del Tetto del mondo, la sua capitale, il cui nome significa “Trono di Dio”. Del resto fra altrettanti cinque Pechino prevede di spingere il treno ancora più avanti, un giorno arrivando pure in Nepal e in India.
Un sogno, insomma, quello del “Tibet Express”, un sogno del comunismo cinese antico quanto il maoismo più truce e sanguinolento che si è coronato nell’epoca delle “riforme”, nel momento cioè in cui il regime rosso ha imparato a fare i soldi e a piacere a certi capitalisti. Lenin diceva che il progresso è il socialismo più l’energia elettrica e i cinesi hanno trovato il sistema per finanziare l’operazione: per farlo assai meglio, cioè, di quanto abbiano saputo fare per 70 anni i sovietici, attuando, appunto i cinesi, la propria riuscitissima perestrojka (cioè la “ristrutturazione” del comunismo), la quale, senza allentare di una virgola la stretta totalitaria sul Paese, ha saputo riciclare il regime collettivista in una insolente caricatura dell’economia libera di mercato, quella, per intenderci, che il ministro italiano dell’Economia Giulio Tremonti chiama “mercatismo”.

Il treno delle vette è lì a dimostrarlo, un’opera oggettivamente mirabile dell’ingegno e del genio umano (più questo che una meraviglia del comunismo, benché dal comunismo sia stato realizzato) che sfreccia fra paesaggi incredibili e scenari improbabili, per miglia e miglia nel mezzo del nulla. Abrahm Lustgarten – giornalista statunitense che collabora con varie testate di prestigio, fra cui Fortune, Esquire, The New York Times, Sports Illustrated e National Geographic Adventure – narra la storia della sua costruzione, anzi quella che per molti versi è una vera e propria epopea, in un reportage che sembra Giro del mondo in 80 giorni,  e che ci conduce per mano là dove forse, purtroppo, non avremo forse mai la possibilità di mettere piede. Il suo bel libro s’intitola laconicamente Il grande treno (Longanesi, pp. 286, e16,60).

Pattinando sul ghiaccio
Con Lustgarten si sale infatti a bordo di uno di quei convogli all’avanguardia che vengono trainati da veloci locomotive ipermoderne alimentate a diesel. Virtualmente assisi nelle sue comode poltroncine, ci si arrampica su per i monti del Kunlun e si transita per il Passo di Tangu-lu a 5.200 metri. Lassù i binari sono direttamente adagiati sul permafrost, niente massicciate, anzi sulla più vasta distesa di permafrost subartico del mondo, ovvero uno strato compatto di terreno permanentemente ghiacciato che in inverno tocca la minima a circa -45° il quale però, in certe stagioni, con l’aumento naturale delle temperature, si ammorbidisce rendendo il fondo pericolosamente instabile. Si viaggia così, sull’affascinante permafrost ai limiti dell’ecumene abitabile, per quasi la metà del percorso, circa 550 chilometri. Aggiungeteci poi che la catena del Kunlun è una zona altamente sismica e comincerete ad avere un’idea un po’ più chiara della titanicità di questa impresa.

Come in aereo
La transtibetana Golmud-Lhasa attraversa 675 ponti per una lunghezza complessiva di quasi 160 chilometri, quindi il tunnel Yangbajing, il più lungo del tragitto, 3.345 metri, e poi il Fenghuoshan, 1.338 metri, il tunnel situato alla quota più alta del mondo, quasi 5mila metri. In mezzo intercorrono 45 stazioni, 38 delle quali sono però automatiche, controllate dalla lontana Xining.
Lunga in totale 4.064 chilometri, la Pechino-Lhasa è comunque una ferrovia corta rispetto ai 9.200 chilometri della mitica Transiberiana, ma i portenti del suo pezzo forte transtibetano sono altri. I treni sono infatti composti di 361 vagoni, di cui 61 riservati ai turisti, e le cabine sono pressurizzate come in aereo. La rarefazione dell’ossigeno, le temperature polari e i raggi ultravioletti possono infatti essere letali a quelle altitudini. Più di 960 chilometri della Golmud-Lhasa, pari a più dell’80% dell’intera tratta transtibetana, corrono infatti a più di 4mila metri.
Il governo cinese ha parlato di circa tre miliardi di dollari, ma pare che il costo di realizzazione abbia superato i quattro. Nulla può però fermare la Pechino rossa da sempre decisissima a stringere in una morsa di ferro i 2,5 milioni di chilometri quadrati del Tibet, un quarto della Cina attuale, cancellandone definitivamente la cultura, le tradizioni, l’identità.

È l’economia, stupido
Con treni che viaggiano tra i 100 e i 120 chilometri orari e che  collegano Lhasa e Pechino in 48 ore garantite, dalle 8,00 del mattino alle 8,00 del terzo giorno, il Tetto del mondo è infatti finito. La sua lenta ma inesorabile colonizzazione, iniziata con l'annessione militare e politica nel 1950, appare oggi un fatto irreversibile, a meno (appunto) di sconvolgimenti più grandi che però per ora non sono in calendario.
Lustgarten, che è un fine osservatore, afferma che Lhasa brulica da tempo di esercizi pubblici in mano a elementi cinesi alloctoni; ora la nuova grande arteria di comunicazione  completerà l’opera, espropriando definitivamente il Paese himalayano della possibilità di costruirsi  un’alternativa economica e quindi politica.
La modernizzazione che avanza sui binari ha dispiegato lungo tutta la Cina un cordone ombelicale nuovo, che per il Tibet è però piuttosto il capestro stretto da una madre mostruosa attorno alla gola di una riluttante creatura rapita, la quale più si agita per liberarsi più finisce soffocata.
Il Tibet sta insomma morendo una volta in più, questa volta travolto da un treno in corsa.
Il comunismo cinese usava sparare alla nuca dei condannati addebitando il costo della pallottola alle famiglie, al Tibet fa invece pagare un biglietto ferroviario.

di Marco Respinti

La Cina ha deciso di avviare un mega piano industriale e minerario per trasformare radicalmente l’economia e la società del Tibet. L’obiettivo politico del piano potrà essere nei fatti la diluizione dell’influenza religiosa del capo spirituale del Tibet il Dalai Lama, in esilio e con cui i colloqui stentano ad andare avanti.

I piani industriali sarebero così un gran tocco di pane con cui comprare l’anima lamaista dei tibetani.

Il governo intende investire 21,17 miliardi di yuna, oltre 2 miliardi di euro, in 22 progetti.

Ci saranno dieci progetti minerari per un investimento di 15,9 miliardi di yuan, il Tibet ha grandi ricchezze minerarie inesplorate. Ci saranno quattro imprese di costruzioni e di materiali per costruzioni, si andranno a cavare pietre e marmi di cui la regione è ricca. Si faranno tre fabbriche di medicinali e di prodotti alimentari, alcuni tra i prodotti di medicina tradizionale cinese più popolari vengono dal Tibet, inoltre la medicina tibetana tradizionale è di moda in Cina.

Inoltre saranno istituite cinque zone di sviluppo industriale speciale entro i prossimi cinque anni per una spesa di circa 3,45 miliardi di yuan.

Gli incassi di questi progetti per il 2013, dopo la fase iniziale dovrebbero essere di 18,28 miliardi di yuan, con un profitto netto di 5,11 miliardi, spiegano le autorità locali per attirare investimenti di capitali privati cinesi e stranieri. Già quest’anno dovrebbero essere investiti 5,9 miliardi di yuan.

Le operazioni creeranno direttamente 15mila nuovi posti di lavoro, e decine di migliaia nell’indotto.

Attualmente il settore industriale è appena il 7,5% dell’economia del Tibet.

Già la ferrovia completata nel 2006 che collega Lhasa al resto della Cina ha cominciato a portare una trasformazione radicale nella regione, ma questi progetti industriali, che porteranno poi con loro investimenti nel settore immobiliare e commerciale, saranno una vera bomba atomica nella società tradizionale tibetana.

A questi progetti si aggiunge poi l’idea di trasformare il Tibet da un ostacolo a un vero ponte per i rapporti commerciali ed economici con l’India. Strade e ferrovie dal Tibet dovrebbero attraversare il Nepal e raggiungere poi il subcontinente indiano unendo nei fatti con una rotta terrestre abbastanza agevole i flussi di queste due immense popolazioni.

Pechino nei giorni scorsi, dopo la fine delle olimpiadi, aveva detto al Dalai Lama di accettare l’offerta cinese, e aveva aggiunto che non c’erano margini per trattative, il capo spirituale del Tibet poteva solo prendere o lasciare l’offerta.

In qualche modo mentre il Dalai Lama medita sul da farsi, Pechino mostra a lui e al mondo il suo secondo passo: un piano di trasformazione complessiva della regione. In questo orizzonte il Dalai Lama può tornare e partecipare in qualche modo alla trasformazione, che avvenga secondo modalità più consone alla cultura locale. Oppure il Dalai potrà restare all’estero, nel qual caso il piano procederebbe con meno attenzioni.

L’aspetto spirituale è completamente trascurato, anche perché il partito ormai non vuole più interessarsi della religione di per sé, ma solo dei suoi effetti pratici nella vita sociale.

D’altro canto con o senza il Dalai Lama l’opposizione al governo di Pechino al Tibet è ormai estremamente complicata. Oltre ai giovani tibetani all’estero, che contestano la moderazione del Dalai verso Pechino, ci sono poi alcuni tibetani che sono tornati ai culti shamanici prebuddisti del Tibet, convinti che lì ci sia la vera forza per opporsi alle nuove regole di Pechino.

Queste forze però, secondo Pechino, sono un problema diverso da quello religioso, sono un problema etnico, dove il denaro della crescita economica se non risolve tutto, come la ricchezza privata, almeno può aiutare molto.

(ANSA) - NEW DELHI, 29 AGO - Anche il Dalai Lama partecipera' domani alla giornata di manifestazioni organizzata in tutto il mondo per la pace e la liberta'. Lo annuncia l'ufficio del leader tibetano in un comunicato ufficiale. Ieri, a seguito del suo ricovero, si era diffusa la notizia che non avrebbe partecipato alle 12 ore di digiuno. Il Dalai, 73 anni, e' da ieri ricoverato per accertamenti al Lulavati Hospital di Mumbai, dopo aver sofferto problemi allo stomaco.

"Tira fuori la lingua - Storie dal Tibet" edito Feltrinelli ha costretto l'autore Ma Jian all’esilio, è un vivido ritratto del Tibet lontano dall’immagine mitica e stereotipata cui è di solito associato.

Cinque racconti che mostrano come la povertà e la repressione politica abbiano annientato quella che un tempo era considerata una cultura ricca e brillante.

Uno scrittore cinese con alle spalle un matrimonio fallito parte per il Tibet. Durante i suoi vagabondaggi assiste alla sepoltura celeste di una ragazza morta di parto, divide la tenda con un nomade diretto a una montagna sacra a chiedere perdono per aver avuto rapporti sessuali con la figlia, incontra un orafo che tiene appeso alla parete di una caverna il corpo della sua amante incartapecorito dal vento, ascolta la storia di una giovane lama morta durante un rito di iniziazione. Nell’aria rarefatta dell’altopiano il confine tra realtà e finzione narrativa si assottiglia fino a immergere il protagonista in un mondo così diverso da tormentarlo anche in sogno.

Messo clamorosamente all’indice in Cina nel 1987 e soltanto ora pubblicato in Italia, Tira fuori la lingua ha costretto Ma Jian all’esilio, rendendogli impossibile ancora oggi pubblicare nel suo paese. Scritto poco dopo il viaggio in Tibet, raccontato in maniera vivida nel romanzo Polvere rossa, il libro è una straordinaria raccolta di racconti che parlano di un luogo davvero speciale, un Tibet incantevole e insieme terrificante, violento e bellissimo, perverso e seducente.

“Tira fuori la lingua è un libro volgare e osceno che diffama l’immagine dei nostri compatrioti tibetani. Ma Jian non è in grado di descrivere i grandi passi avanti compiuti dal popolo tibetano nella realizzazione di un Tibet socialista unito e prospero. Il ritratto del Tibet che esce da quest’opera sudicia e ignobile non ha nulla a che vedere con la realtà, e altro non è che il prodotto dell’immaginazione dell’autore e del suo desiderio ossessivo di sesso e soldi… A nessuno dev’essere permesso leggere questo libro. Tutte le copie devono essere confiscate e distrutte immediatamente.”
Annuncio della messa al bando dell’opera in Cina

Ma Jian è nato a Qingdao nel 1953. Ha lasciato Pechino per Hong Kong nel 1987, poco prima che le sue opere fossero bandite in Cina. Dopo la restituzione dell’isola alla Repubblica Popolare Cinese, l’autore si è trasferito in Europa, prima in Germania e poi a Londra dove vive tuttora. In Italia, Neri Pozza ha pubblicato "Polvere rossa" nel 2002.

DHARMSALA - Il Dalai Lama ha cancellato tutti i suoi prossimi impegni internazionali e si prenderà tre mesi di assoluto riposo. "Sua santità ha accusato alcuni fastidi nei giorni scorsi e i suoi medici personali attribuiscono la cosa all'affaticamento" si legge in un comunicato dell'ufficio del Dalai Lama. Nei prossimi giorni il 73enne premio Nobel per la pace si sottoporrà a test medici a Mumbai, in India. (Agr)

Pechino ha investito in modo massiccio in sviluppo sociale e infrastrutture in Tibet. Ma i tibetani restano discriminati nel loro paese, la gioventù urbana è sradicata, e una élite di esiliati continua a far appello alla rivolta. L'unica soluzione sarebbe una vera autonomia per la regione, come fu ipotizzato nel '56. La Cina riapra il dialogo, finché il Dalai Lama è vivo
Glyn Ford*
LHASA

Da qualsiasi parte la si guardi, l'economia del Tibet sta esplodendo. Negli ultimi trent'anni il suo tasso di crescita ha battuto quello del resto della Cina, raggiungendo all'incirca il 10.4% annuo contro il 9.8% del gigante cinese.
Come risultato, la grande maggioranza della popolazione locale è uscita da una condizione di estrema povertá, in cui viveva con circa un euro al giorno. Allo stesso tempo il governo centrale di Pechino ha coperto il 93% delle spese per massicci investimenti nelle infrastrutture sociali e urbane. L'istruzione è passata dal livello quasi nullo trovato dai comunisti nel 1951 al 92% della popolazione che arriva a completare il programma di nove anni previsto dal governo. Una nuova Università ha appena aperto, per 9.000 studenti, e il Tibet ha appena raggiunto la media nazionale di dottori e letti d'ospedale per 1000 abitanti. La recente apertura della linea ferroviaria tra Qinghai e Lhasa ha fatto del Tibet l'ultima regione cinese a unirsi alla rete nazionale, aggiungendosi a migliaia di chilometri di nuove strade e al progetto di un nuovo aeroporto per il Tibet Occidentale.
La nuova prosperità tuttavia ha portato tanti problemi quanti benefici. Se agli indigeni tibetani le cose stanno andando bene, infatti, ai cinesi han stanno andando meglio, sia in termini di reddito, che di qualitá del lavoro e status sociale. Inoltre, la rottura di strutture sociali che permanevano da secoli ha creato nelle aree urbane una gioventú alienata, senza radici e sottopagata. Il tutto combinato alla presenza di un governo in esilio che richiede ufficialmente l'autonomia in nome del Dalai Lama, autonomia che di fatto si tradurrebbe nell'indipendenza del Congresso tibetano.
Il 14 marzo, anniversario della fuga del Dalai Lama in India nel 1959 e data convenientemente vicina alle Olimpiadi, ha visto l'organizzazione di manifestazioni di protesta dei monaci, inizialmente pacifiche ma presto tramutatesi in una sorta di «rivolta razziale» quando piú di 10.000 civili tibetani, per lo piú giovani, si sono uniti alla folla nelle strade appiccando fuoco indistintamente a negozi, macchine, scuole e ospedali. Anche se viene da chiedersi cosa abbiano in comune, a parte l'odio per i cinesi, questi ragazzi di strada e alla moda con gli ultra-tradizionalisti in esilio.
I bersagli degli attacchi sono stati negozi e aree residenziali di cinesi han e musulmani. Una delle due moschee di Lhasa ha subito ingenti danni. Negli scontri che sono seguiti sono morti 18 civili, tre dei quali tibetani, e un poliziotto; altri tre-quattrocento sono rimasti feriti, essendo stato ostacolato il passaggio a vigili del fuoco e ambulanze.
La risposta delle autorità di polizia è prontamente arrivata. Nelle ore e nei giorni seguenti i rivoltosi sono stati respinti e spazzati via dalle strade di Lhasa, di tutte le altre città e i villaggi in Tibet, nonché in altre province con un'alta concentrazione di tibetani; solo a Lhasa si registrano 365 arresti e 170 ricercati. E se a livello ufficiale non si contano morti, le voci nelle strade di Lhasa ne contano varie dozzine. Nel frattempo il Dalai Lama, in panico di fronte a una situazione che stava chiaramente sfuggendo a ogni controllo, ha richiesto la cessazione delle ostilità minacciando di dimettersi - non é del tutto chiaro da cosa - se non fosse stato ascoltato.
Questo ha certamente contribuito a calmare la situazione, unito al fatto che la tendenza delle autorità cinesi è stata quella di prendere solo le contromisure strettamente necessarie in vista delle olimpiadi di agosto.
Quando abbiamo visitato Lhasa, tra il 19 e il 22 luglio, la città era calma: ma era percettibile la tensione con la polizia nelle strade e nei checkpoint del centro. Si sentiva la paura. Tre tassisti cinesi di etnia han mi hanno rifiutato la corsa prima di trovarne uno che accettasse di portarmi a Barkhor, nel cuore dell'area tibetana della città, di sera. I monasteri-scuola sono stati temporaneamente chiusi e i giovani monaci spediti a casa.
L'entità dei danni è intuibile dai resti dei negozi bruciati che punteggiano le strade di Lhasa. Quando siamo stati portati a visitare la scuola media N.2 era già in corso la demolizione dei due edifici principali, distrutti dal fuoco, per permetterne poi la ricostruzione.
I danni si aggirano intorno ai 32 milioni di euro. Niente, in confronto ai costi indiretti della situazione sull' economia locale: quest'anno sia la crescita che gli investimenti si sono dimezzati, mentre il numero dei turisti è diminuito dei due terzi, con i cinesi han troppo spaventati per mettere piede nell'altopiano e gli Europei bloccati alla frontiera. Curiosamente il tempio Jokhang, uno dei due piú importanti siti sacri al buddhismo tibetano, sta invece registrando un record di incassi, con pellegrini che accorrono da ogni dove.
Che fare? Se la Cina ha riempito le tasche dei tibetani, sia pur entro certi limiti, é chiaro che non ne ha riempito le menti e i cuori. Continua invece a cercare soluzioni nell'aristocrazia tibetana in esilio in India. La cosa davvero necessaria sarebbe una reale autonomia per il tibet, che permetta alla popolazione tibetana di prendere le proprie decisioni, all'interno di una struttura nazionale, su istruzione, cultura, politica locale e immigrazione, andando quindi ben oltre il grado di autonomia attuale. Per fare un esempio, gli studenti universitari tibetani dovrebbero poter studiare materie come medicina, fisica e chimica nella loro lingua, e scuole come la Scuola Media N.2 non possono continuare a avere dalle 4 alle 6 ore obbligatorie di cinese nelle classi tibetane - e dall'altra parte 2 ore di inglese e nessuna di tibetano per gli studenti cinesi.
Anche se i cinesi non lo ammetteranno mai, il Dalai Lama ha probabilmente rappresentato la loro salvezza per molto tempo. Ma biologia e politica cospirano contro di loro: sebbene appaia in perfetta salute, il Dalai Lama ha ormai piú di settant'anni, e l'assenza di progressi in quello che tra breve sarà mezzo secolo di esilio volontario comporta che oggi i «giovani turchi» seduti nel Congresso Tibetano, molti dei quali non sono mai neanche stati in Tibet, stanno diventando impazienti; se stavolta l'anziano leader è riuscito a esercitare un certo controllo sulla situazione, non è detto che ci riesca ancora in futuro.
I militari cinesi reputano il secessionismo, l'estremismo e il terrorismo le tre minacce più incombenti da affrontare al momento. Due di queste sono presenti in Tibet e la terza potrebbe apparire se la situazione rimarrà in stallo.
Su di un muro del palazzo Takten Migyur, uno degli edifici del complesso di Norbulingka, il Palazzo Estivo del Dalai Lama completato solo nel 1956, si può osservare un elaborato dipinto raffigurante la storia della Creazione. Una storia di carattere darwiniano (se non engeliano) con scimmie trasformate in uomini attraverso il lavoro, che certamente appassionerebbe l'America media. Soprattutto, finisce con la raffigurazione dell'incontro del Dalai Lama e del Panchen Lama con Mao a Pechino nel 1956. Forse sarebbe ora di reiterare quell'incontro e fare al Dalai Lama un'offerta che non possa rifiutare, o un rifiuto della quale lo porrebbe a perdere il favore dell'opinione pubblica internazionale.
* Membro del Parlamento Europeo per il Partito Laburista Inglese. In luglio ha guidato la prima delegazione internazionale in Tibet dagli eventi di marzo

Quattro passi tra le nuvole, sul tetto del mondo. Ci sarebbe piaciuto chiudere così il nostro mese di missione in Cina. Ma non sembrava facile. Anche adesso, che all'altoparlante chiamano il volo 4112 per Lhasa... Siamo a cinquemila e passa metri di altitudine, sotto di noi brilla lo specchio luminoso di un grande lago, ci circondano montagne innevate che digradano a valle emanando colori violetti. È il Tibet geografico, e si capisce come e perché ci sia sempre stato un Tibet dell'anima, lì dove tutto è incontaminato e illuminato, distante e allo stesso tempo vicino, intimo.

Il Tibet politico è più sfuggente; qualcosa che periodicamente emerge per poi di nuovo scomparire. Ricordate? Le proteste di marzo dei monaci buddisti finite in un massacro; la chiusura delle frontiere; l'idea, poi tramontata, di boicottare le Olimpiadi; l'assicurazione del governo di Pechino che durante i Giochi la stampa accreditata sarebbe stata libera di andare dove voleva. Solo per il Tibet, veniva sottolineato, occorreva un'autorizzazione. Lo si faceva per la sicurezza degli stessi giornalisti, naturalmente...

Forse è anche per questo che in Tibet alla fine non è andato nessuno. Più passavano i giorni e più la sua immagine si scoloriva. Forse è anche per questo che in Tibet ci siamo andati solo noi, «giornalisti di paesaggio», più che turisti per caso o di passaggio, come nel balletto anglo-burocratico che ha accompagnato due settimane di trattative ci siamo definiti.

Così adesso siamo a Lhasa. Il colpo d'occhio, sotto l'azzurro sfacciato di questo cielo così vicino, è impressionante. Usciamo dal sacro tempio di Jokhang, dove una settantina di monaci seduti a gambe incrociate salmodiano in un basso continuo, rivolti all'immagine sacra del Budda Sakiamuni. Giriamo rigorosamente in senso orario lungo la piazza del Barkhor, gremita di campagnoli che pregano, e di cittadini che fanno affari nelle centinaia di negozietti che circondano il tempio e ci chiediamo quanto e come l'elemento religioso, nel momento in cui viene garantito, cessi di essere un fattore di rivendicazione nazionale. E quanto e come l'elemento numerico, nell'alterare gli equilibri etnici, possa provocare nel tempo la scomparsa di un'identità nazionale.

Perché è chiaro che il «fattore umano» cinese, come vedremo più avanti, è numericamente preponderante rispetto a quello tibetano. Ed è altrettanto chiaro che la Cina vede nel Tibet qualcosa che storicamente le appartiene e a cui mai rinuncerà. Sicché, tutti i discorsi sull'indipendenza, sul governo in esilio, sul ruolo carismatico del Dalai Lama, rischiano alla fine di far perdere di vista il vero problema: come far convivere al meglio due etnie diverse per lingua, religione, costumi, tradizioni. Piuttosto che intervistare i tibetani in esilio, si dovrebbe cercar di sentire quelli che qui ci vivono e con il modello cinese devono fare i conti. Per quanto la cosa non sia facile, non è impossibile.


ASPETTAVAMO I CINESI
«L'anno scorso abbiamo avuto un sacco di gente. Quest'anno c'erano le Olimpiadi, d'accordo; ma un mortorio così non si era mai visto. Vengono quelli delle campagne, che si portano anche l'acqua da casa. Ma di turisti veri, che spendono...». Tashi, proprietario della locanda dove ci fermiamo per un tè si dondola sulla punta dei piedi, i pollici infilati nella cintola. «Dopo i fatti di marzo sapevo che sarebbe andata così».

Non è l'unico, Tashi, a piangere miseria. Come lui la pensano Dawa, Norbu, Kelsang, proprietari di un paio di botteghe e di un ristorantino lungo la via. «Doveva essere l'anno dei cinesi, ora che la Qinghai- Tibet, la ferrovia che ha abbattuto la nostra frontiera, marcia a pieno regime. Invece - si lamenta Kelsang - si son visti poco anche loro». «Loro». Ne parlano come fossero stranieri; come se dicessero: gli italiani, i tedeschi, gli americani. Glielo facciamo osservare. Ridono.

Qualche «forestiero» con gli occhi a mandorla però si vede. Xu Yun Hai, per esempio. È seduto al primo piano della locanda di Tashi, insieme con la sua fidanzata e a un gruppo di amici. Sono venuti da Shanghai (53 ore di treno) dove Xu, 29 anni, originario della provincia di Jiang Su, lavora in banca. Sono qui da sei giorni. Domani ripartono. Vacanze in Tibet, dopo tutto quel che è successo? «Perché no. Il Tibet è in Cina. E i tibetani sono sempre stati gentili con noi», risponde Xu. Però vi considerano stranieri... «Lo so. Alcuni pensano che il Tibet debba essere indipendente. Io credo che abbiano ragione. Forse è solo una questione di tempo. Così come a noi sono state restituite Hong Kong e Macao, e come un giorno riavremo Taiwan, così i tibetani potrebbero...».

«Ma no, ma no, che stai dicendo », si intromette Jigmila, cercando una versione politicamente meno scorretta. Ha 29 anni, Jigmila. Con lui, funzionario del ministero degli Esteri, abbiamo stretto un accordo. Niente interviste, percorsi turistici predefiniti, incontri preordinati. Non è solo il nostro scout. È anche la nostra guida, in tutti i sensi. Se uno accenna vagamente ai monaci abbattuti in piazza, per esempio, lui trasale. «Morti e feriti tra i monaci? Dite che c'erano addirittura le foto sui giornali italiani? A me non risulta. Qui nessuno ha saputo niente».

Anche a Jigmila, tuttavia, riesce difficile negare che tibetani e cinesi sono due mondi separati, dove il termine «integrazione» è sostanzialmente sconosciuto. Per esempio: Xu e i suoi amici sono qui da sei giorni, ma non hanno mai scambiato una parola con un loro coetaneo. «Ha ragione - conferma sorridendo il bancario di Shanghai -. Ora che ci penso, è proprio vero. È che di giorno eravamo in giro per le montagne. E la sera stavamo incollati davanti alla Tv a guardare le Olimpiadi...».

Quando raccontiamo della nostra guida a Lhamo, 18 anni, studentessa all'Istituto superiore per il Turismo, lei ride. «Li conosco. Non cambiano mai...». Nei tre mesi estivi Lhamo fa la cameriera in un albergo del centro, per non pesare troppo sulla famiglia. «Mia madre vendeva vestiti al mercato. Poi, con un pretesto, le hanno tolto la licenza». Lhamo racconta della normalizzazione seguita ai fatti di primavera, delle parole d'ordine consegnate ai cittadini dalle autorità: rimuovere, far finta che non sia accaduto nulla. «Chi parla di quella storia, chi commenta viene punito. Nei giorni degli incidenti i soldati ci hanno costretti a stare chiusi in albergo una settimana. Non volevano troppi occhi in giro».


MEGLIO PREVENIRE CHE REPRIMERE
Zhang Lizong, trent'anni scarsi, vice responsabile dell'ufficio esteri della Regione autonoma del Tibet, ha fatto preparare per noi una cena tipica dove lo yak, la mucca lanosa e dalle grandi corna che è il simbolo nazionale, è regina. È qui da tre anni, Zhang, sufficienti per sapere che non può limitarsi a tracciare un quadro idilliaco della convivenza tibetano-cinese.

«L'integrazione nel complesso è buona, nonostante qualche tensione. Ci sono stati molti matrimoni misti. Sa com'è: fin da ragazzi, tibetani e cinesi residenti, frequentano le stesse scuole... Rispetto a vent'anni fa, è cambiato anche il nostro modo di vedere il Tibet. Dico di noi funzionari, quadri dell'amministrazione, imprenditori, insegnanti: non è più una tappa o un punto di partenza nella carriera, ma un luogo dove fermarsi. E questo facilita i rapporti».

Resta il fatto che la città è presidiata militarmente. In specie nella parte vecchia. C'è una polizia addetta al centro storico, la Barkhor Police, uniforme blu scuro, cappellino con visiera, stivali. C'è la Psb, ovvero la Pubblica sicurezza, che veste anche in abiti civili, ed è riconoscibile a vista come lo era la squadra «politica » italiana delle grandi città negli anni Settanta. C'è la Ssb, ovvero la Sicurezza di Stato, e naturalmente c'è la Polizia militare, la Pap, acronimo della Polizia armata del popolo. Girano con il mitra, ma lo imbracciano, letteralmente, usando i guanti bianchi... Quando facciamo notare a Zhang questo spiegamento di forze, lui fa un mesto sorriso, quasi a scusarsi: «È meglio prevenire che reprimere: si dice così anche nel vostro Paese, credo».

Il giorno prima, in un bar del Barkhor, il "Maky Ame", ovvero la Ragazza Vergine, davanti a un bicchiere di chang, una specie di birra fermentata che è tutta da dimenticare, il proprietario ci aveva detto che al governo importava poco ciò che facevano gli stranieri. «Naturalmente gli interessa sapere con chi parlate, dove i giornalisti stranieri pescano le loro informazioni. E naturalmente c'è una sorta di sistema informativo, non ufficiale, che servirebbe a sorvegliarci gli uni con gli altri. Ma insomma non è più come una volta...».


LA FERROVIA DELLA NUOVA FRONTIERA Ci sono due Lhasa: quella occidentale e quella orientale. A unirle, un boulevard a sei corsie, la Bejing Lu, fiancheggiato da lampioni dipinti di bianco e di giallo, in stile tardo rococò. La prima, potete saltarla a piè pari. È una lunga teoria di concessionarie, di fabbrichette, di uffici governativi, di caserme e anonimi supermarket che hanno inghiottito, vetrioleggiandolo, il volto della mitica Shangri-La. A fianco di piccoli, deliziosi tempietti trovi bar in cui il sabato sera torme di sciamannati si danno al karaoke, e trattorie in cui se chiedi la tsampa, il piatto tradizionale tibetano a base di farina d'orzo tostato, ti guardano strano.

Ma se cercate un luogo dove la modernità si conclama, celebrando il mito del Progresso, dovete andare alla stazione ferroviaria. È lì che allunga il suo avveniristico muso il Qinghai- Tibet, orgoglio e scommessa di Pechino. Dove la scommessa sta nel trasportare masse popolari imbambolate ancora dietro alle Ruote delle Preghiere, e proiettarle verso quello stakanovismo laicista che ha fatto grande la Cina dei 51 ori olimpici. Il nuovissimo, supertecnologico treno delle nuvole (o della Nuova Frontiera, come molti romanticamente lo chiamano richiamandosi al vecchio sogno americano) funzionerà perfettamente, pensano i leader del Partito, per cambiare davvero, una volta per tutte, il panorama.

Il treno, in sé, è straordinario. Finestrini in cinemascope, maschere per l'ossigeno, un tracciato che negli ultimi 1000 chilometri sale fino ai 4mila metri, una trentina di sottopassaggi per consentire agli yak e alle capre di seguire le loro strade nel tempo della transumanza. Da Lhasa al lago Namtso, 4.718 metri sul mare, il lago salato più alto del mondo, ci sono più di 200 chilometri. Per un buon tratto, la linea ferroviaria segue quella stradale, scavalcando lo spumeggiante fiume Lhasa. Chilometri e chilometri di binari sospesi su forcelle in cemento armato; su terreni perennemente ghiacciati, in un panorama che talvolta è di struggent