PECHINO 2008/ HONG KONG; MIA FARROW: TORCIA SIMBOLICA PER DARFUR
HOng Kong, 1 mag. (Ap) - L'attrice Mia Farrow spera di poter accendere una fiaccola simbolica in onore di tutte le vittime della guerra in Darfur, lontano dalla staffetta della torcia Olimpica in programma domani a Hong Kong. L'attrice è stata fermata e interrogata dai funzionari dell'ufficio immigrazione dell'aeroporto di Hong Kong, preoccupati dalla sua presenza in città alla vigilia dell'arrivo della fiaccola Olimpica. "Volevano accertiarsi che non siamo qui per creare problemi alla staffetta, cosa che non intendiamo assolutamente fare", ha detto l'attrice una volta rilasciata dalle autorità e autorizzata a entrare in territorio cinese.
In un'intervista rilasciata all'Associated Press, Farrow ha riferito di essere stata trattata bene dai funzionari dell'immigrazione, di non aver subito perquisizioni, ma di aver ricevuto una dichiarazione in un cui viene ammonita a non disturbare l'ordine pubblico. Farrow è una delle voci più critiche contro il sostegno garantito da Pechino al governo del Sudan, in particolare sulla guerra in atto dal 2003 nella regione sudanese del Darfur, costata la vita ad almeno 300.000 persone, secondo stime Onu. La Cina è infatti il principale partner commerciale del Paese africano, da cui acquista petrolio e a cui vende armi. Gli attivisti per il Darfur stanno facendo pressioni su Pechino perchè usi la sua influenza per chiedere al Sudan di far cessare le violenze.
"La Cina ha rapporti commerciali privilegiati con Khartoum, relazioni che non hanno le Nazioni Unite e nè altri Paese del mondo", ha detto l'attrice all'Ap. Per Farrow, il Darfur è una questione più semplice da risolvere per la Cina, rispetto al Tibet: "Il Darfur è quello che noi chiamiamo il frutto facile da cogliere. Per i tibetani è più difficile, viste le posizioni di lunga data della Cina sul Tibet". Farrow interverrà domani nel centro dei corrispondenti stranieri di Hong Kong sul rispetto dei diritti umani nella regione sudanese del Darfur.
Il fermo dell'attrice si spiega con le forti pressioni subite dai funzionari governativi di Hong Kong da parte di Pechino perchè la staffetta si svolga senza incidenti, a differenza di quanto accaduto nel tour mondiale che ha toccato finora 20 Paesi. Per garantirne un regolare svolgimento, la scorsa settimana le autorità della città, tornata sotto controllo cinese nel 1997, hanno fermato all'aeroporto sette manifestanti filo-tibetani e attivisti per i diritti umani. La popolazione locale è stata invitata a indossare capi di abbigliamento di colore rosso a sostegno della torcia e 3.000 agenti di polizia vigileranno lungo il tragitto.
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La fiamma olimpica si sdoppia
Dopo il lungo, e travagliato, viaggio attraverso i vari continenti, contrassegnato da manifestazioni pro-tibetane e proteste anticinesi, la fiaccola ha fatto così ritorno sul suolo della Cina, che percorrerà fino all'inaugurazione dei Giochi di Pechino l'8 agosto prossimo. Il percorso farà tappa tra l'altro anche nel Tibet. Ma il viaggio della fiamma olimpica si è sdoppiato tra Hong Kong e l'Everest. Due anime gemelle, due torce dievrse: una normale per girovagare nell'ex colonia britannica e una speciale per affrontare le condizioni climatiche più estreme senza spegnersi per arrivare in cima alla montagna più alta del mondo.
Lassù dove le difficoltà non sono le manifesdtazione pro-Tibet: A 8848 metri comandano le forze della natura e per ora un vento fortissimo ha fermato tutti al campo base. La fiaccola non potrà infatti raggiungere la vetta dell'Everest almeno per i prossimi quattro giorni. Il tutto a causa di forti venti che stanno colpendo la zona occupata dalla montagna più alta del mondo. Venti metri al secondo, questa la velocità. Un rischio troppo grosso per i tedofori.
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Pechino 2008: emanate nuove norme anti-tabacco
(AGM-DS) - 01/05/2008 16.06.49 - (AGM-DS) - Milano, 1 maggio - A meno di 100 giorni dalle Olimpiadi di Pechino ai Giochi si prepara l`ultimo `lifting`. Nonostante le proteste scatenatesi in tutto il mondo per la situazione dei diritti civili in Tibet, nella capitale cinese si pensa anche all`immagine. L`ultimo provvedimento riguarda l`introduzione di restrittive misure anti-tabacco al fine di promuovere dei Giochi `puliti`.
Le norme riguardano l`obbligo da parte dei gestori di hotel e ristoranti di mettere a disposizione per chi ne facesse richiesta camere e sale non-fumatori. Nelle stanze e nei luoghi riservati agli atleti partecipanti sono gia` previste misure fortemente restrittive contro il fumo. Gli oltre 500mila visitatori attesi a Pechino per i Giochi estivi incontreranno il divieto di accendersi una sigaretta in luoghi pubblici quali musei, biblioteche e scuole, cosi` come negli ospedali e nei parchi, che dovranno essere attrezzati con aree `bonificate`.
Le autorita` locali hanno ingaggiato 100mila `controllori`, non solo allo scopo di vigilare sull`applicazione delle norme ma anche per tentare di convincere le persone a non fumare. Chi non dovesse rispettare le restrizioni andra` incontro a multe minime (meno di 2 dollari americani), mentre per gli esercenti le sanzioni saranno piu` salate. Il problema della sigaretta non e` cosa da poco in Cina, dove si contano oltre 350 milioni di fumatori, circa un quarto della popolazione. Secondo l`organizzazione mondiale della sanita` ogni anno oltre un milione di persone nello sconfinato Paese orientale muoiono per malattie legate al consumo di tabacco.
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Pechino 2008 - Polemica per 3 mesi, poi i Giochi

Partito il count-down in vista delle Olimpiadi di Pechino: il Presidente del CIO Jacques Rogge rilascia l'ennesima intervista soffermandosi sul diritto d'espressione degli atleti e sulle polemiche politiche che hanno turbato il viaggio della fiaccola
Le proteste quotidiane durante i passaggi della fiamma olimpica in difesa dei diritti umani e contro quello che sta avvenendo in Tibet per mano cinese fa capire come i Giochi Olimpici stiano diventando sempre più spazio per questioni che, con lo sport, non hanno assolutamente nulla a che vedere. In tale contesto, il Presidente del Comitato Olimpico Internazionale comunica a tutti gli atleti che prenderanno parte ai Giochi di non esporsi a nessun tipo di strumentalizzazione.
"Tutti avranno il diritto di esprimersi liberamente a Pechino - ha detto Jacques Rogge - in città come nei rapporti con i media. Tutti potranno parlare liberamente con la stampa nelle zone miste e nelle conferenze stampa. Ciò che chiediamo agli atleti è di non fare nessun tipo di propaganda o dimostrazioni di carattere politico, religioso o etnico negli impianti olimpici, nelle cerimonie di apertura o di chiusura, durante le competizioni e nel villaggio olimpico".
Nessun riferimento politico, quindi, né alle cerimonie né durante le competizioni sportive. E Rogge rispedisce al mittente le critiche di chi non vuole che gli atleti indossino un badge con su scritto "Per un mondo migliore".
"Non bisogna pensare che il Comitato sia un ente ingenuo - continua il Presidente del CIO -. Non siamo né ciechi né ingenui. Questo simbolo è stato creato in un certo contesto. Quando si pensa ad un logo o ad un simbolo speciale, chi lo fa putroppo deve tenere in considerazione un doppio significato, comprendendo anche quelli che possono essere nascosti nell'ambito politico o della propaganda. Ma noi rifiutiamo quest'ultima lettura".
Tra le sigle che hanno protestato, c'è stata anche la RSF, l'organizzazione per la difesa della stampa, la quale ha dichiarato che non protesterà durante il passaggio della fiaccola ad Honk Kong, per aprire un dialogo.
"Nessuno deve utilizzare gli atleti per fini personali - sottolinea Rogge -. I gruppi di potere non devono assolutamente strumentalizzare qualche pensiero degli atleti, perché loro hanno l'obbligo morale di esprimere solo la loro opinione. Un atleta ha il diritto di non dire nulla, se non vuole farlo, e non per questo ha minor merito o è moralmente inferiore ad uno che, invece, vuole parlare".
Un altro spunto di discussione arriva dal gesto del nuotatore serbo Milorad Cavic, sospeso dal campionato europeo per aver mostrato, al termine di una gara, una maglia con su scritto: "Il Kosovo è Serbia".
Rogge precisa che "ci sono 205 Paesi, con alcuni tra loro che sono in conflitto, come Serbia e Kosovo. Conflitti che possono essere militari, politici, etnici o commerciali, in ogni parte del mondo. Se lasciamo che le Olimpiadi diventino un contenitore di tutto, oppure una tribuna politica, sarà la fine dei Giochi Olimpici. Noi, invece, siamo qui per salvarli, per preservare questo splendido spazio, dove si sono riuniti atleti provenienti da tutto il mondo, nonostante abbiamo i loro gruppi etnici, la loro cultura, il loro sistema politico, la loro religione e le loro idee. Noi vogliamo mantenere questo spazio, perché è qualcosa di straordinario".
L'unico aspetto di cui si parla poco, insomma, è quello sportivo, ancora per 99 giorni...
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Cina, proteste davanti a Carrefour: 4 arresti
La polizia cinese ha arrestato quattro persone. Manifestavano con scritte sulle T-shirt davanti a un supermercato Carrefour di Pechino per protestare contro le critiche francesi alla repressione in Tibet e alla gestione della staffetta della fiaccola olimpica.
L'agenzia ufficiale Xinhua riferisce che le manifestazioni più importanti sono avvenute davanti ai supermercati Carrefour di Changsha, nel centro del Paese, di Fuzhou, nel sudest, e di Shenyang, nel nordest.
A Pechino le quattro persone arrestate oggi, due donne e due uomini, si trovavano tranquillamente all'esterno di un supermercato Carrefour da pochi minuti quando sono state portate in un commissariato di polizia.
Indossavano T-shirt con le scritte "Contro le sommosse" e "Cercate la verità" in inglese, con evidente riferimento alle sommosse mortali avvenute in marzo in Tibet.
Siti internet hanno raccolto nei giorni scorsi le voci secondo le quali il gruppo francese sosterrebbe il Dalai Lama. Carrefour ha negato che la notizia sia vera. Con 112 supermercati in tutto il Paese, è il più grande distributore in Cina.
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La trasferta dei picchiatori cinesi
Mentre in Cina da parte governativa è stata organizzata una vera e propria controinformazione, i trasferimenti della fiaccola olimpica sono sorvegliati da molti esperti in arti marziali con l'ordine di contenere le manifestazioni di protesta sul percorso della fiamma olimpica.
Dopo il blocco dell'Internet per tutta la durata dei giochi, al quale gli ispettori del Comitato Internazionale Olimpico (CIO) hanno solo saputo timidamente osservare "che ogni censura durante i Giochi avrebbe avuto un effetto disastroso sull'immagine del paese ospitante", Pechino ha pensato bene di inviare all'estero squadracce di picchiatori professionisti travestiti da manifestanti con l'incarico di contrastare le manifestazioni di piazza pro Tibet.
Senza entrare nel merito della querelle (oggi l'idea di uno stato teocratico farebbe sorridere tutti tranne quelli che se ne trovano uno in casa) fa tuttavia riflettere il modo con cui si contrappongono o si sovrappongono le idee e la percezione che Cina ed altre potenze economiche hanno del resto del mondo: anche perché nell'epoca dell'informazione non esiste tutto ciò di cui non si parla. Anche a casa nostra.
Perché ornai quest'ultimo è visto soltanto come un mercato globale ai cui interessi sono asservite le varie politiche nazionali; così gli USA "sgridano" Yahoo! per aver dato al governo cinese i mezzi per imprigionare i dissidenti anziché inviare proteste diplomatiche e passano sotto silenzio gli sforzi con cui l'editore americano tenta di riaccreditarsi finanziando aiuti alle famiglie delle vittime mentre Google, alle prese con problemi analoghi, si sforzi invano di far passare all'approvazione dei suoi azionisti una "condotta etica" che sia rispettosa dei diritti dell'uomo e della libertà di espressione.
Del resto la sorte da ultimo toccata alla Francia, obbligata a salvare la faccia e l'immagine di strenuo difensore della libertà pagando la presa di posizione con la perdita di alcuni importanti mercati, ha reso cauti tutti gli altri, che evidentemente sperano di profittare delle eventuali disgrazie altrui; così ad esempio se promettendo mari e monti la BBC ha ottenuto la riapertura dell'accesso al suo sito, la CBC - Radio Canada - lamenta che il proprio sito in inglese sia inaccessibile dall'inizio dell'anno e quello francofono da oltre sei mesi.
Anche il nostro governicchio nel suo piccolo ha fatto la propria parte, osservando un ossequio tutto cinese nei confronti della protesta diplomatica di Pechino ai tempi dei disordini in chinatown a Milano; disordini che fossero stati messi in atto nel non più celeste impero da nostri connazionali gli avrebbero procurato lunghi soggiorni nei campi di ristrutturazione del pensiero.
Completamente sotto silenzio da parte di tutti i media occidentali sta passando l'organizzazione della controinformazione cinese, portata avanti principalmente dal sito Sina.com che è probabilmente il più importante editore di contenuti in Cina; e la stampa nazionale, completamente succube del governo, continua a fare velo sulle reale portata della repressione in Tibet.
Stando così le cose, in luogo di interrogarsi sugli effetti pratici immediati della propria acquiescenza invece di quelli possibili sui mercati internazionali nel medio e lungo periodo, i vari governi preferiscono temporeggiare fingendo di non accorgersi di quel che il futuro ha già pronto dietro l'angolo.
Perché se è tramontata l'epoca delle cannoniere e delle guerre dell'oppio, è tuttavia in corso una guerra senza esclusione di colpi non per mercati locali ma per il mercato planetario. E purtroppo -a considerare le cose con ottimismo- finora abbiamo solo saputo prestare l'altra guancia
Perché considerare vittoria morale e affermazione dei diritti della persona la (parziale) riapertura di Wikipedia in inglese è non solo un contro senso ma un voler prendere in giro sé stessi e tutti gli altri, poiché restano irraggiungibili voci come Tibet, Tiananmen ou Taïwan.
Per finire, una disinformazione prettamente nostrana finge d'ignorare l'esistenza dei vari picchiatori nazionali che ormai dappertutto proteggono la fiaccola in giro per il mondo, per non dover ammettere che gli stati ospiti non saprebbero come gestire la patata bollente dei picchiatori cinesi in trasferta, sempre pronti a intervenire.
Cina: colloqui con il Dalai Lama, emerge l'ipotesi Giappone
Roma, 29 apr (Velino) - A breve cominceranno i colloqui tra il governo di Pechino e i rappresentanti del governo tibetano in esilio, nei quali si discuterà il futuro della regione autonoma cinese. “Le competenti autorità hanno concordato di avere contatti con il Dalai Lama - ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Jiang Yu -. Al momento però non abbiamo ulteriori dettagli”. Nonostante ci sia massimo riserbo sul quando e dove le parti si incontreranno, molti analisti ritengono che i colloqui si potrebbero tenere in uno Stato straniero, considerato neutrale. E si affaccia l'ipoetsi del Giappone. Dal 6 al 10 maggio, infatti, il Paese del Sol Levante vedrà la visita in contemporanea del presidente cinese, Hu Jintao, e del quattordicesimo Dalai Lama, Tenzin Gyatsu. “I due, oltre a recarvisi nelle stesse date, si troveranno nelle medesime località – ha affermato al VELINO una fonte diplomatica Onu -. Di conseguenza, si creerebbero le condizioni necessarie per un incontro. Comunque, tutto dipenderà dai prossimi colloqui tra le autorità cinesi e quelle tibetane. Se si troveranno intese di massima, l’ipotesi potrebbe realizzarsi. In caso contrario, sarà necessario altro tempo prima che i due leader si incontrino”. Ciò che fa ben sperare gli analisti, è il fatto che Pechino – anche a seguito delle forti pressioni esercitate dalla comunità internazionale – ha dimostrato la disponibilità al dialogo. E che lo stesso capo dello Stato cinese, ha confermato il suo viaggio in Giappone, nonostante sappia che il Paese ospiterà nello stesso periodo anche il leader spirituale dei tibetani.
Nel frattempo la Cina non ha rinunciato ad adottare il pugno di ferro nei confronti delle manifestazioni pro Tibet: 17 abitanti della regione (tra cui alcuni monaci) sono stati processati e condannati con pene tra i tre anni e l'ergastolo, in relazione alle dimostrazioni di Lhasa, scoppiate a marzo. Tra le ipotesi a loro carico anche quella di danneggiamenti. In base alle stime del governo di Pechino, sarebbero andati distrutti o comunque seriamente colpiti cinque ospedali, sette scuole, 120 case e 908 negozi con danni che ammonterebbero a un totale di circa 22 milioni di euro. La torcia olimpica, invece, prosegue il suo tour in tutto il mondo. Il simbolo dei Giochi è arrivato ieri sera a Ho Chi Min City (l'ex Saigon), la capitale del Vietnam, dove nel pomeriggio è prevista la staffetta con i tedofori e questa sera una cerimonia solenne. Per il momento, nonostante ci siano stati alcuni arresti in mattinata, non sono previste manifestazioni di protesta. Comunque, il governo del Paese asiatico nelle ultime ore ha deciso di rinforzare la sicurezza intorno alla fiaccola “per motivi precauzionali”. Conclusa la marcia, la torcia partirà per Hong Kong, Macao e poi, per la tappa conclusiva in Cina dove l’8 agosto arriverà nello stadio olimpico di Pechino.
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Petizione di Amnesty non grata all'ambasciata cinese
L'ambasciata cinese a Berna si è rifiutata oggi di ricevere una delegazione di Amnesty International (AI) intenzionata a consegnare una petizione. Il testo chiede al governo cinese di intraprendere riforme concrete per migliorare i diritti umani prima dell'inizio dei Giochi olimpici in agosto.
Le scatole contenenti la petizione firmata da 24'715 persone sono state depositate davanti all'entrata della rappresentanza, ha indicato oggi l'organizzazione non governativa, che cercherà ora di recapitare le sue richieste attraverso il servizio diplomatico. "Siamo molto delusi che l'ambasciata cinese rifiuti il dialogo", ha precisato Daniel Bolomey, segretario generale della sezione svizzera di AI.
L'organizzazione avrebbe voluto ricordare le promesse fatte in materia di diritti umani in occasione dell'attribuzione delle Olimpiadi, nel 2001. Nonostante il rifiuto, AI continuerà a cercare un incontro con l'ambasciatore cinese. Secondo l'Ong, la situazione in Cina non è infatti migliorata: la repressione è stata inasprita non solo in Tibet ma in tutto il paese. Per questo motivo domani verrà lanciata una campagna internazionale che durerà una settimana.
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Le bandiere free Tibet? Le fanno in Cina
Bandiere inneggianti la libertà per il Tibet, in aperta contestazione contro il governo cinese e le sue olimpiadi, erano pronte per essere spedite in gran numero attorno al mondo. E, ironia della sorte, nascevano proprio in Cina.
SOLO UN TELO COLORATO - I proprietari della fabbrica e i lavoratori hanno dichiarato di non essere a conoscenza del significato della bandiera e di aver avvertito le autorità competenti del tipo di prodotto che stavano preparando non appena alcuni di loro lo hanno avvistato tra le mani di alcuni manifestanti in immagini di proteste al passaggio della fiaccola olimpica diffuse online e in tv.
LE FORZE DELL'ORDINE - La polizia sostiene che la richiesta di produrre le bandiere provenga dall'estero e che, molto probabilmente, alcuni lotti siano già stati consegnati. Da parte delle autorità cinesi, il timore è che le bandiere "incriminate" possano già fare la loro comparsa domani, quando il sempre più contestato simbolo dei giochi olimpici farà tappa a Hong Kong.
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PECHINO ESORTA DALAI LAMA AD ACCETTARE OFFERTA DIALOGO
Pechino, 29 apr. (Apcom) - La Cina esorta il Dalai Lama ad accettare l'offerta di dialogo lanciata venerdì scorso e ad adottare delle misure per mettere fine alle violenze e alle proteste dirette contro i Giochi olimpici: "Speriamo che il Dalai Lama preferisca questa opportunità, riconosca i fatti e cambi la sua posizione adottando delle misure concrete per mettere fine agli atti di violenza e tentativi di sabotaggio dei Giochi Olimpici", ha dichiarato il portavoce del ministero degli Affari esteri Jiang Yu.
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Tibet: 203 i morti da inizio proteste, governo in esilio
Sarebbero 203 i morti, oltre 1000 feriti e 5715 arrestati in Tibet dal 10 marzo scorso, data di inizio delle proteste a Lhasa, al 25 aprile. Lo scrive in un comunicato la Central Tibet Administration (CTA), il governo tibetano in esilio a Dharamsala in India, che parla di dati certi verificati meticolosamente.
Il calcolo della CTA si basa, oltre che sulle sue fonti dirette, anche sui numeri riportati da diverse altre fonti, come Chinadigitaltimes.net, il Tibetan Center for Human Rights and Democracy (TCHRD), la stampa statale cinese e Lhasa Radio, Radio Free Asia (RFA) e dal dipartimento di sicurezza della stessa CTA.
Le stime più basse sono quelle riportate dai media cinesi: secondo la stampa ufficiale di Pechino, i morti sarebbero in tutto 23 contro i 19 di Lhasa Radio. I feriti 917, 405 per la radio; gli arrestati 2226 per la stampa cinese mentre 1397 per la radio della capitale tibetana.
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CONTRORDINE COMPAGNI, QUELLA DEL DALAI LAMA RESTA UNA "CRICCA" 29/4/08
La torcia olimpica, per una volta, ha potuto percorre il suo tragitto senza traumi. Niente contestazioni, né tafferugli, né Reporter senza frontiere con manette al posto dei simboli dell'Olimpiade. La sua corsa infatti ha toccato ieri Pyongyang, alleato fedele di Pechino, e la capitale della Corea del Nord ha riservato ai cinesi lo spettacolo che si attendevano, con quelle coreografie che tanto piacciono al paese del fresco mattino e al monarca dalla faccia imberbe che lo comanda. I cinesi sono gli unici padrini della dinastia dei Kim. Gli stessi che disinnescarono la bomba a tempo accesa dai nordcoreani quando decisero di levare i sigilli Aiea dai loro reattori e che contribuirono a raffreddare la crisi inventando il tavolo negoziale che, a cadenze più o meno fisse, si riunisce a Pechino. Uno sgarbo nei loro confronti sarebbe stato impensabile.
Ma per la Cina è una magra quanto scontata vittoria anche se finalmente sono quasi finite le tappe all'estero e tra poco la fiaccola correrà solo in Cina, dopo un passaggio in Vietnam che non dovrebbe presentare sorprese. Sarà forse per questo che, dopo la timida apertura di un paio di giorni fa, attribuita forse troppo frettolosamente a un “successo diplomatico” della Ue, Pechino sembra aver imboccato la via, se non di una rapida marcia indietro, quantomeno di una ripuntualizzazione dei suoi inossidabili paletti. Via Barroso da Pechino infatti, spenti per un momento i riflettori della cronaca (la fiaccola a Pyongyang non fa gran notizia) ecco che la stampa cinese è tornata a utilizzare i vecchi sistemi – e il rituale frasario - nei confronti della “cricca” del Dalai Lama.
La staffilata è stata affidata prima a un editoriale del Quotidiano del popolo, il giornale del partito che si può leggere sul web anche in inglese: «Quelli della cricca del Dalai Lama sono stati sempre bravi con le parole e le idee che buttano lì fanno confondere», si leggeva domenica sul più autorevole quotidiano cinese. Reiterando che «il tema della sovranità non è in discussione e ogni tentativo di dividere la Cina è destinato a fallire» (ma anche per la “cricca” non è in discussione la sovranità e l'unità del paese), il giornale si è sperticato nelle lodi ai cinesi che, all'estero, si sono opposti alle proteste pro-Tibet e ai disordini che sono seguiti al passaggio della fiaccola olimpica: a Londra e Parigi soprattutto, ma anche in Giappone o in Indonesia per non dire di Olimpia. «Davanti alla questione dell'indipendenza del Tibet il governo cinese e la gente, oltre che i cinesi all'estero, hanno mostrato uno spirito di unità senza precedenti... Coloro che perseguono l'unità nazionale sono eroi nazionali, e coloro che dividono la nazione commettono un atto criminale nei confronti della storia». Dopo l'affondo di domenica eccone un altro ieri, affidato all'agenzia Xinhua: «Dopo cinque decenni di vita in esilio la cricca del Dalai Lama ha imparato come rivolgersi all'Occidente, sventolando il tema dei diritti umani, la pace, la protezione dell'ambiente e la cultura. Ma non ha mai detto una parola sulla schiavitù disumana in Tibet sotto il suo governo». E ancora: «Alcuni rivoltosi che si sono consegnati alla polizia hanno confessato che mente dei disordini a Lhasa è stata la cricca del Dalai”.
La fiammata nazionalistica non guarda in faccia a nessuno. Nemmeno agli affari: se la vedono brutta infatti imprenditori e operai di una fabbrica del Guandong che cucivano bandiere tibetane per conto di ordini arrivati dall'estero. Quando le autorità cinesi se ne sono accorte, han fatto irruzione e non devono aver preso per buona la scusa che in realtà la fabbrica pensava soltanto a mettere i colori sulle bandiere senza far caso al risultato e al contenuto.
Oggi la fiaccola arriva a Città Ho Chi Minh e dal 2 maggio correrà solo in Cina. Cinesi e vietnamiti hanno avuto nella storia rapporti sempre difficili. Ma negli ultimi anni le cose sono cambiate come dimostra ad esempio la trasformazione, proprio a Città Ho Chi Minh, l'ex Saigon, del museo sui «Crimini di guerra americani e cinesi». Il termine “cinesi” era già scomparso nel 1990. Gli “americani” sparirono `94. Nel `96 sono scomparsi anche i crimini. Difficilmente saranno ricordati in onore dei tibetani.
Questo articolo è uscito anche su il riformista
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TIBET/ CONDANNATE 17 PERSONE IN CINA: DA TRE ANNI ALL'ESGASTOLO
Pechino, 29 apr. (Ap) - Diciassette persone sono state condannate in Cina a pene che vanno da tre anni all'ergastolo per la loro partecipazione alle proteste di Lhasa il mese scorso. Lo riferisce l'agenzia ufficiale Xinhua senza fornire altri particolari.
Le manifestazioni anti-cinesi erano cominciate il 10 marzo per iniziativa dei monaci buddisti. La protesta è poi degenerata in violenza che nei successivi quattro giorni ha portato a incendi di edifici nella capitale tibetana.
Pechino ha riferito di 22 morti nel corso di queste sommosse, mentre i tibetani in esilio sostengono che il numero delle vittime della repressione è stato largamente superiore.
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Pechino 2008, la torcia passa in Corea del Nord
PYONGYANG - Migliaia di nordcoreani hanno indossato ieri i vestiti della festa e hanno sventolato bandiere cinesi per il passaggio della fiaccola olimpica dal loro Paese, per la prima volta nella storia. La corsa del simbolo delle Olimpiadi da Pyongyang, la spettrale capitale del Paese, disseminata di enormi monumenti che cantano la gloria di quello che la propaganda chiama il “paradiso dei lavoratori” e che secondo i gruppi per i diritti umani è uno dei Paesi più repressivi del mondo, dove migliaia di persone vengono imprigionate per reati di opinione, è durata cinque ore e si è svolta senza incidenti.
Nella capitale della Corea del Nord non è stato necessario schierare migliaia di poliziotti come nelle precedenti tappe dove da Londra e Parigi, da San Francisco a Canberra e a Seul, migliaia di tibetani e di attivisti dei diritti umani hanno contestato la repressione di Pechino nel Tibet e hanno denunciato le violazioni dei diritti umani nel Paese che in agosto, ospiterà i giochi olimpici. La fiaccola - che tra gli altri è stata portata da PakDo-ik, il calciatore dilettante che segnò il gol che nei campionati del mondo del 1966 costò l’eliminazione all’Italia - è partita dal monumento alla Juche, l’ ideologia dell’ autosufficienza elaborata dal fondatore della Corea del Nord Kim Il-sung. Kim, chiamato da tutti i nordcoreani il Grande Leader, è morto nel 1994 ed è stato nominato “Presidente eterno” e da allora è oggetto di un culto semireligioso da parte dei suoi concittadini. Creando la prima dinastia comunista della storia, gli è succeduto il figlio Kim Jong-il, soprannominato il Caro Leader dalla propaganda del Partito dei Lavoratori, il partito unico al potere. La Torre della Juche sorge altissima sulle rive del fiume Taedong. Sulla sua cima brilla una finta fiamma, che la notte è una delle poche luci di Pyongyang. Da qui, tra due enormi ali di folla festante, la fiaccola è partita verso Nord, attraversando il fiume sul ponte di Okryu.
La corsa si è protratta per i venti chilometri che separano la Torre dallo Stadio Kim Il-sung, alla periferia Nord della capitale, passando prima davanti all’enorme statua di bronzo del Grande Leader, davanti al Museo della Rivoluzione e alla Sala dell’Assemblea Nazionale, una replica in chiave futuristica di quello che sorge su piazza Tienanmen a Pechino. Fino all’ultimo è stata in forse la presenza di Kim Jong-il, non nuovo ad apparizioni improvvise e a colpi di teatro.
TIBET/ NEPAL, IN 3MILA A MANIFESTAZIONE A KATMANDU
Katmandu, 28 apr. (Ap) - Circa 3mila tibetani hanno manifestato a Katmandu, capitale del Nepal, chiedendo la creazione di una commissione internazionale che indaghi sulla repressione cinese in Tibet.
Il corteo è partito dal quartiere di Swayambhu, nel quale si trovano numerosi monasteri buddisti, fino all'ufficio della commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani, dove hanno consegnato una lettera nella quale si chiede di avviare un'inchiesta internazionale sulle violenze in Tibet.
E' la prima volta da settimane che la polizia nepalese non scioglie con la forza una manifestazione tibetana.
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ALLARME PER IL CREMLINO: ARRIVA L’ONDA TIBETANA
La Russia di Putin-Medvedev sostiene che le relazioni del governo di Pechino con il Dalai Lama sono “una questione interna” e, di conseguenza, critica i tentativi di “politicizzare” il prossimo appuntamento dei Giochi Olimpici in Cina. Eppure mentre la Russia ufficiale alza la voce per rafforzare sempre più i suoi legami con Pechino c’è chi rema controcorrente. E si tratta di una voce autorevole. Perché interviene il Lama locale - Tasci Gjazo - che a Mosca dirige il “Centro tibetano per la cultura e l’informazione”. Il personaggio (classe 1967, nato nel Tibet orientale) si è distinto in questi anni per il suo pragmatismo e per la sua volontà di stabilire buone relazioni con la dirigenza russa. Forte dell’appoggio di quelle repubbliche autonome a maggioranza tibetana (Baskiria, Buriatia, Calmucchia, Tuva) si è insediato nella capitale dopo essere stato cacciato dal Tibet: presentato direttamente ai monaci della Buriatia dal grande Dalai Lama ha assunto poi la direzione del centro buddista di tutte le Russie che è un’istituzione ufficialmente registrata - dal 1993 - presso il ministero della Giustizia della Russia. Accettato ed accreditato dal Cremlino Tasci Gjazo è ora una spina nel fianco del potere russo. E’ lui che sta organizzando una campagna in favore del Tibet e, quindi, di dura polemica con la Cina.
La dirigenza russa, intanto, tace per non muovere le acque e per non aprire fronti interni. Ma è certo che l’attività del Centro tibetano - con le tante pubblicazioni che presenta e diffonde - non lasciano tranquilli gli organi della sicurezza che si trovano a controllare oltre un milione di russi-tibetani che vivono sparsi nelle regioni siberiane della Buriatia, nelle zone della provincia di Aghinskij, negli Altai, a Tuva, in Calmicchia e nel sud delle aree che si affacciano sul Caspio.
Ed eccolo il Lama russo che - sull’onda delle manifestazioni a favore del Tibet che si svolgono in varie parti del mondo - alza la voce in una Russia che sembrava lontana dall’onda tibetana. Non è così. La situazione sta esplodendo. Tasci Gjazo invita, infatti, tutti i tibetani della Russia e della Mongolia a pregare e manifestare in favore del Tibet: “Voi che vivete nella repubblica russa - dice in un messaggio reso noto nei giorni scorsi - sapete bene quello che sta accadendo a Lhasa e in altre città e per questo v’invitiamo a seguire una situazione che è sempre più difficile e pericolosa. Noi non possiamo restare assenti e in disparte. Muoiono monaci e cittadini. E sono tutti nostri fratelli”.
L’appello con un palese invito alla mobilitazione è chiaro. E così da Mosca partono precise richieste a tutti i centri tibetani del paese. Si mobilitano istituzioni che sembravano scomparse o delle quali si è sempre saputo ben poco. E la Russia scopre l’esistenza di una “Amministrazione centrale tibetana” che ha sedi in varie parti del mondo e che (aiutata finanziariamente dal governo indiano e da diverse organizzazioni internazionali di volontariato) si occupa della costruzione dei monasteri tibetani e della gestione di vari istituti religiosi e culturali. In pratica il Lama-russo mantiene contatti diretti con gli uffici tibetani di Nuova Delhi, New York, Tokyo, Londra, Kathmandu, Ginevra, Budapest, Parigi, Camberra e Washington. La Mosca di Tasci Gjazo, in tale contesto, diviene la capitale più importante dal punto di vista di una mobilitazione anticinese.
La prima area dove si concentrano le azioni del “Centro” russo (con l’impiego di una enorme macchina propagandistica che ricorda le tecniche del banchiere Soros) è la Repubblica autonoma della Baskiria, negli Urali meridionali. Qui, nella capitale Ufa, si concentrano ora i tibetani che si oppongono alla Cina. Altro punto dove è forte la protesta anticinese è quello della Repubblica dei Calmucchi dove, nella città di Elista, si sono già svolte manifestazioni in appoggio ai monaci tibetani di Lhasa. Si è giunti anche a far comparire negli schermi della capitale alcuni filmati in appoggio alla protesta anticinese.
La situazione di questa repubblica è resa ancor più difficile dal momento che il presidente locale - Kirsan Ilumžynov - sta diffondendo un "pensiero etnoplanetario", nel tentativo di far convivere la tecnologia occidentale e lo spirito orientale: fra cibernetica e ritualismo buddista. E per far trionfare le sue idee e i suoi programmi ha promesso di trasformare questa arretrata terra di pastori “in un secondo Kuwait”. Tutto per attirare capitali stranieri con cui finanziare un fondo per lo sviluppo del paese. Di soldi ne sono arrivati tanti, ma sono finiti tutti nelle tasche di questo presidente e dei suoi corrotti amici finanzieri. Ora Ilumžynov punta sulla carta anticinese cavalcando la protesta dei monaci.
Forti movimenti anticinesi si registrano anche nella Repubblica autonoma di Tuva - nella Siberia meridionale - dove la religione più diffusa è il buddismo lamaista. L’appoggio ai monaci di Lasa, qui, è pressoché totale ed ora si intensificano anche le azioni per la costruzione di una statua di Budda alta 40 metri. Si muovono contro Pechino anche i seguaci del lamaismo che vivono nella Buriatia una regione centro-meridionale della Siberia, lungo la costa orientale del Lago Bajkal con capitale Ulan Udè. Ecco, quindi, che la rivolta dei fedeli buddisti che vivono in Russia viene seguita con apprensione dal Cremlino. Si temono rivolte che potrebbero andare oltre le previsioni. Le Olimpiadi di Pechino sarebbero solo un primo pretesto per alzare il livello di scontro con la Mosca ortodossa.
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L’ultimo appello del Dalai Lama
“Dal momento che in Tibet non sono ammessi osservatori internazionali, giornalisti o persino turisti, sono profondamente preoccupato sul destino dei Tibetani. Molti di coloro feriti nelle misure restrittive, soprattutto nelle aree remote, sono troppo terrorizzati per cercare delle cure mediche perché temono l'arresto”, così lancia un appello disperato il Dalai Lama che riportiamo integralmente.
"Oggi desidero fare un appello personale a tutti i fratelli e le sorelle spirituali, cinesi sia all'interno che all'esterno della Repubblica Popolare Cinese e soprattutto ai seguaci del Buddha. Lo faccio come monaco buddhista e come studente del nostro insegnante più venerato, il Buddha.
Ho già fatto un appello alla comunità cinese. Qui mi sto appellando a voi, miei fratelli e sorelle spirituali, per una urgente questione umanitaria.
I Cinesi e i Tibetani condividono una comune eredità spirituale nel Buddhismo Mahayana . Noi veneriamo il Buddha della Compassione – Guan Yin nella tradizione cinese e Chenrezig in quella tibetana - e nutrire compassione per tutti gli esseri sofferenti è uno degli ideali spirituali più elevati.
Inoltre poichè il Buddhismo fiorì in Cina prima che arrivasse in Tibet dall'India, ho sempre visto i Buddhisti cinesi con la reverenza dovuta ai fratelli e sorelle spirituali più anziani.
Come molti di voi sanno, quest'anno a partire dal 10 marzo, a Lhasa e in molte aree tibetane si son verificate una serie di dimostrazioni, causate da profondi risentimenti tibetani contro le politiche del governo cinese.
Sono stato profondamente rattristato dalla perdita della vita, sia dei Cinesi che dei Tibetani, e mi sono immediatamente appellato sia alle autorità cinesi che ai Tibetani perchè si moderassero. Soprattutto mi sono rivolto ai Tibetani perchè non ricorressero alla violenza.
Sfortunatamente le autorità del governo cinese sono ricorse a metodi brutali per gestire lo sviluppo della questione, nonostante gli appelli alla moderazione fatti da molti leaders mondiali e illustri cittadini del mondo, soprattutto molti studiosi cinesi.
Nel processo c'è stata perdita di vita, ferite a molti e la detenzione di un grande numero di Tibetani. Le serie di misure restrittive continuano ancora, soprattutto hanno come obbiettivo istituzioni monastiche, che sono state per tradizione l'archivio di antica conoscenza e tradizione buddista. Molte di queste sono state isolate. Abbiamo resoconti che dicono che molti dei detenuti sono picchiati e trattati duramente.Queste misure repressive sembra siano parte di una politica sistematica ufficialmente sanzionata.
Dal momento che in Tibet non sono ammessi osservatori internazionali, giornalisti o persino turisti, sono profondamente preoccupato sul destino dei Tibetani. Molti di coloro feriti nelle misure restrittive, soprattutto nelle aree remote, sono troppo terrorizzati per cercare delle cure mediche perché temono l'arresto.
Secondo fonti attendibili, le persone stanno fuggendo sulle montagne dove non hanno possibilità di riparo e cibo. Coloro che sono rimasti indietro stanno vivendo in un costante stato di paura di essere i prossimi ad essere arrestati.
Sono profondamente in pena per queste continue sofferenze. Sono molto preoccupato su dove infine potranno portare questi tragici sviluppi. Non credo che misure repressive possano raggiungere soluzioni a lungo termine.
La via migliore per risolvere questa questione tra la leadership Tibetana e Cinese è il dialogo, come sto sostenendo da lungo tempo. Ho assicurato ripetutamente la leadership della Repubblica Popolare Cinese che non sto cercando indipendenza. Quel che sto cercando è una autonomia significativa per la gente del Tibet, che assicurerebbe una sopravvivenza a lungo termine della cultura buddista, della nostra lingua e della nostra identità distinta come popolo.
La ricca cultura tibetana è parte dell'eredità più ampia della Repubblica Popolare Cinese ed ha il potenziale per poter beneficiare le nostre sorelle e i nostri fratelli cinesi.
Alla luce della presente crisi, mi appello a tutti voi perchè aiutiate a chiedere una fine immediata delle continue brutali misure restrittive, per il rilascio di tutti coloro che sono stati detenuti e per fornire assistenza medica immediata ai feriti.
The Dalai Lama
Hamilton, NY -USA
April 24, 2008
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Everest vietato alla stampa estera
PECHINO, Cina -- Solo la stampa cinese potrà seguire dal vivo la salita della fiaccola olimpica sull'Everest. Questa la nuova decisione del governo cinese che ha vietato a tutti i giornalisti di ogni altra nazionalità di avvicinarsi alle pendici della montagna.
L'imminente tappa della torcia di Pechino 2008 sul Tetto del mondo sembra sarà un affare esclusivamente cinese. Il governo di Pechino, infatti, dopo aver fatto chiudere entrambi i versanti dell'Everest agli alpinisti nei giorni in cui è prevista la salita della fiaccola, ora ha deciso di impedire ai media stranieri di seguirne il percorso.
In pratica, questa salita non avrà altri testimoni che gli alpinisti cinesi, incaricati di portare la torcia sulla vetta dell'Everest, e i giornalisti delle testate cinesi, gli unici autorizzati a seguire il corteo olimpico fino al campo base.
Tutti gli altri, non potranno avvicinarsi al Tibet e dovranno attenersi alle notizie riferite dalla stampa cinese e dal comitato organizzatore dei Giochi di Pechino.
"Vogliamo evitare che nella regione himalayana possano accadere altri disordini" hanno addotto come giustificazione i responsabili delle Olimpiadi, criticati da più parti per questa pesantissima restrizione della libertà di stampa.
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PECHINO 2008: FIACCOLA ATTRAVERSA PYONGYANG SENZA INCIDENTI
Seul, 28 apr. (Adnkronos) - La fiaccola Olimpica ha attraversato senza incidenti Pyongyang, capitale della Corea del Nord. Una folla di migliaia di persone - le donne in costume tradizionale e gli uomini vestiti all'occidentale- ha salutato la torcia lungo i 20 chilometri di percorso, agitando fiori di plastica rossi e rosa, e gridando "benvenuto, benvenuto". Non vi e' notizia di nessuna protesta, come era del resto prevedibile in un regime rigidamente controllato come quello nordcoreano. La Cina e' l'unico alleato della Corea del Nord dopo il crollo dell'Unione Sovietica ed e' la prima volta che la fiaccola olimpica passa in questo paese isolato dal resto del mondo. Quella di Pyongyang era la 18esima tappa del viaggio della torcia olimpica, segnato da numerose proteste in favore della causa tibetana. Ieri a Seul un rifugiato nordcoreano ha tentato di darsi fuoco per protesta contro la politica cinese di rimpatriare i profughi della Corea del nord. La torcia olimpica e' ora attesa in Vietnam. Ben 80 tedofori hanno portato la fiaccola, partita alle 10.15 dalla Torre della Juche (l'ideologia ufficiale comunista tracciata dal defunto leader Kim il Sung) e arrivata alle 15 allo stadio Kim Il Sung. Lungo il percorso erano disseminati cartelli con il logo delle Olimpiadi e la scritta "Accendi la passione, condividi il sogno", riferisce l'agenzia stampa cinese Xinhua.
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Desmond Tutu: I leader del mondo libero boicottino l’inaugurazione dei Giochi
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – “Per amor di Dio, i leader del mondo libero non partecipino alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi fintanto che sarà evidente che loro [la Cina] mirano agli affari e finché non fermeranno la violenza contro i tibetani”. L’appello è stato lanciato ieri dal premio Nobel arcivescovo Desmond Tutu da Cape Town (Sudafrica), durante una cerimonia per la “torcia olimpica alternativa” pro-Tibet.
La torcia “alternativa” è partita il 30 gennaio da New Delhi e viaggerà per i 5 Continenti per tornare a maggio in India a Dharamsala, dove ha sede il governo tibetano in esilio, per ricordare a tutti il “genocidio culturale” denunciato dagli esuli tibetani.
“Ricordiamo alla Cina – ha proseguito il prelato, tra gli applausi – che questo è un universo morale”, “nel quale il male e l’ingiustizia non prevarranno per sempre. Dobbiamo dirlo a tutti gli oppressori, sussurriamo nell’orecchio di [il presidente dello Zimbabwe Robert] Mugabe: Voi avete già perduto”.
Nello Zimbabwe le autorità non hanno ancora comunicato l’esito delle elezioni del 29 marzo, nelle quali l’opposizione dice che ha vinto, dopo 28 anni di potere di Mugabe. Il Paese, grande alleato della Cina, è ridotto allo stremo, con un’inflazione del 1600%. L’opposizione lamenta violenze sistematiche da parte delle autorità, dopo il voto. Nei giorni scorsi in Sudafrica è stata fermata una nave cinese carica di armi destinate allo Zimbabwe.
Il viaggio della torcia olimpica è stato accompagnato per tutto il mondo dalle critiche verso la Cina per le violazioni dei diritti umani in Tibet e nell’intera Nazione.
Sull’annuncio di Pechino di prossimi colloqui con una delegazione del Dalai Lama, leader spirituale in esilio del Tibet, mons. Tutu si è augurato che si tratti di “negoziazioni utili”. “Preghiamo – ha aggiunto – che i cinesi capiscano che fare questo è nel loro migliore interesse”.
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PECHINO 2008; FIACCOLA IN NORDCOREA TRA FOLLA E BANDIERINE

Pyongyang, 28 apr. (Ap) - La fiaccola olimpica ha cominciato stamattina nella capitale nordcoreana il suo turno nella staffetta intorno al mondo. E' la prima volta che la fiaccola olimpica attraversa la Corea del Nord, uno dei paesi più chiusi del mondo, diretto da un regime comunista particolarmente autoritario.
Una folla attenta e pacifica di diverse migliaia di persone, molte delle quali agitavano bandierine cinesi, ha assistito alla partenza della staffetta. L'avvenimento è presieduto dal presidente del parlamento, che somiglia piuttosto a una camera di registrazione, Kim Yong Nam.
La fiaccola percorre un tragitto di 20 chilometri attraverso la capitale Pyongyang, le cui strade sono affollate da migliaia di persone che agitano fiori di carta.
Fiaccola olimpica in Corea del Nord

(ANSA) - PECHINO, 27 APR - La fiaccola olimpica e' arrivata oggi a Pyongyang, capitale della Corea del Nord, ha annunciato la stampa cinese. Il vice presidente del comitato organizzatore nordcoreano Li Chong-Sok ha detto che il suo Paese 'stupira' il mondo' per come gestira' il passaggio della fiaccola olimpica. Gli organizzatori hanno detto che centinaia di migliaia di persone si raduneranno lungo il percorso di 12 chilometri, addobbati per l'occasione in modo particolare.
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Coreano tenta di darsi fuoco al passaggio della fiaccola olimpica

Finora si erano verificati scontri e tafferugli per bloccare il passaggio della fiaccola, ma proprio a metà percorso si è sfiorato il dramma quando un rifugiato della Corea del Nord ha tentato, versandosi addosso del liquido infiammabile che era contenuto in un recipiente che l'uomo teneva in mano, di darsi fuoco per protestare contro la Cina e l'ipotizzato giro di vite sui rifugiati provenienti da Pyongyang che, una volta rimpatriati, devono fare i conti con le durissime sanzioni del regime comunista. Secondo i media sudcoreani, l'emergenza è subito rientrata anche se la staffetta continua a trovare difficoltà lungo il percorso.
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Olimpiadi: proteste durante il passaggio della torcia a Seoul

SEOUL (Reuters) - Proteste e scontri hanno segnato l'inizio della staffetta olimpica nella penisola coreana oggi, tra migliaia di poliziotti in tenuta antisommossa schierati nelle strade.
Migliaia di cinesi avvolti nella bandiera del paese hanno gridato "Avanti Cina", "Niente politica, solo Olimpiadi" all'avvio del percorso della fiamma olimpica a Seoul, in numero ben superiore ai sudcoreani che protestavano contro la repressione dei diritti umani in Cina.
A un certo punto, i due gruppi si sono scontrati. Studenti cinesi hanno picchiato un anziano manifestante sudcoreano e hanno lanciato bottiglie d'acqua contro un gruppo che agitava cartelli contro Pechino.
"La staffetta olimpica è utilizzata per protestare contro la Cina. Questo ha provocato molta rabbia in Cina e spinto persone come me a scendere qui per difendere il nostro paese", ha detto lo studente cinese Yang Hui.
Dopo Seoul, la fiamma si recherà a Pyongyang, dove il regime nordcoreano ha promesso una cerimonia grandiosa che "stupirà il mondo", prima di un'ultima tappa in Vietnam a Ho Chi Minh-City.
Il 2 maggio la torcia olimpica tornerà in Cina via Hong Kong dopo 19 tappe nei cinque continenti e 137.000 chilometri di un percorso segnato da incidenti.
La Cina accusa il Dalai Lama di aver orchestrato le rivolte e il governo tibetano in esilio di voler rovinare le Olimpiadi di agosto, accuse respinte dal leader spirituale talebano.
Diversi paesi occidentali, inclusi gli Stati Uniti, hanno chiesto alla Cina di riavviare i colloqui con i rappresentanti del Dalai Lama e venerdì scorso Pechino ha annunciato di volerli incontrare nei prossimi giorni.
Ma il governo cinese continua ad attaccare il Dalai Lama. "La cricca del Dalai ha sempre saputo usare le parole e le idee che hanno diffuso hanno fatto girare la testa", si legge in un editoriale del People's Daily, giornale del partito comunista al potere.
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Pechino 2008: fiaccola per le strade di Seoul
(AGM-DS) - Milano, 27 aprile - La torcia olimpica ha cominciato questa mattina il suo tour fra le vie di Seoul. All`interno del parco olimpico, costruito per i Giochi disputatisi in Sud Corea nel 1988, la fiaccola ha cominciato il suo percorso, scortata da circa 8.000 poliziotti, impegnati ad evitare ogni sorta di incidente da parte dei dissidenti tibetani, in rotta con il governo di Pechino. La fiamma era arrivata nella notte dal Giappone, dove a Nagano il simbolo della piu` grande manifestazione sportiva aveva trovato l`ennesima pagina turbolenta di questo suo viaggio, con scontri che avevano provocato quattro feriti.
Ma anche a Seoul i problemi potrebbero non mancare. Una coalizione di 63 gruppi religiosi, politici o di difesa dei diritti umani, infatti ha gia` annunciato che vi saranno proteste contro la repressione cinese in Tibet e contro la politica di Pechino nei confronti dei `rifugiati` della Corea del Nord. Il percorso, circa 24 km, sara` scortato, oltre che dagli 8.000 poliziotti, anche da due elicotteri che sorveglieranno le zone piu` a rischio della citta`, come per esempio l`uscita delle stazioni della metropolitana. Inoltre una ventina di agenti accompagneranno in bicicletta la fiaccola, circondando il tedoforo di turno. Le misure di sicurezza pero` potrebbero non bastare. `Vogliamo fermare la fiaccola ad ogni costo,` ha detto il portavoce dei dissidenti Han Chang-Kwon, che prevede di bloccare la torcia sul ponte del fiume Han. In ogni caso l`allerta, a Seoul, e` massima.
Grande manifestazione pro tibetana a Berna
La dimostrazione, autorizzata, è stata organizzata da diverse organizzazioni tibetane in esilio con il sostegno del Partito socialista svizzero e dei Verdi.
Molti dei circa 3'000 tibetani che vivono in Svizzera si sono dati appuntamento di fronte a Palazzo federale per esprimere sostegno e solidarietà alla provincia himalayana con discorsi, musica e bandiere. Hanno pure chiesto al governo di ricevere ufficialmente il Dalai Lama a Berna (la guida spirituale giungerà in Svizzera in autunno su invito del municipio cittadino).
Nel corso della manifestazione è stata accolta la "fiaccola tibetana per la libertà", contrapposta alla fiaccola olimpica diretta verso Pechino. La fiaccola è stata accesa venerdì presso Zermatt, in Vallese, e lunedì proseguirà per Losanna, sede del Comitato internazionale olimpico. Il suo viaggio attraverso 50 città di quattro continenti è iniziato a Olimpia, in Grecia.
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TIBET: MELLANO(RADICALI), APERTURA CINA NON SIA ESCAMOTAGE
(AGI) - Torino, 26 apr - “Da 30 anni il Dalai Lama chiede di dialogare con Pechino. L’apertura del regime cinese non deve essere un escamotage per attenuare l’attenzione sullo stato dei diritti umani in Tibet e Cina”. E’ quanto afferma il radicale Bruno Mellano (coordinatore dell’Intergruppo parlamentare Tibet) in merito all’apertura al dialogo con il Dalai Lama avanzata ieri da Pechino.
“Nel suo Appello al popolo cinese, diffuso lo scorso 28 marzo, il Dalai Lama - afferma, in una nota, Mellano - ricorda che nel lontano 1974, 34 anni fa, nel mezzo della Rivoluzione culturale, i tibetani scelsero di seguire la cosiddetta “Via di Mezzo”: di abbandonare, cioe’, la richiesta dell’indipendenza (del tutto legittima) per chiedere, invece, di intavolare negoziati con i cinesi al fine di arrivare a uno status di autonomia per il Tibet all’interno della Repubblica Popolare di Cina. Da allora, la posizione del Dalai Lama non e’ cambiata; da allora, i cinesi hanno praticato la “doccia scozzese”, alternando dichiarazioni di apertura a feroci attacchi al Dalai Lama; anche oggi, dopo la carota di ieri, e’ arrivato il bastone, con nuove accuse da parte del “Quotidiano del Popolo” alla “cricca del Dalai”.
“Questo spiega perche’ il leader spirituale e politico dei tibetani abbia oggi detto si’ alla ripresa del dialogo - conclude Mellano - purche’ i negoziati siano ’seri’ e non si rivelino solamente un tentativo per attenuare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulla situazione dei diritti umani in Tibet e, in generale, nell’intera Cina”.(AGI)
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TIBET: DAI MEDIA CINESI NUOVI ATTACCHI AL DALAI LAMA
Pechino, 26 apr. - (Adnkronos/Dpa) - Malgrado le aperture della leadership di Pechino, disponibile a contatti con rappresentanti del Dalai Lama, i mezzi di informazione cinesi continuano ad attaccare il leader spirituale tibetano in esilio. "La cricca del Dalai", scrive l'organo del partito comunista, il Quotidiano del Popolo, fa qualunque cosa per minare la stabilita' e lo sviluppo del Tibet. "Il comportamento della combriccola del Dalai Lama ha gravemente violato gli insegnamenti di fondo del Buddismo". E sul "Quotidiano del Tibet" si torna ad accusare il gruppo intorno al leader spirituale tibetano di essere dietro alle proteste scoppiate il 14 marzo scorso a Lhasa.
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TIBET: DALAI LAMA, CON LA CINA VOGLIO COLLOQUI 'SERI'
Dharamsala, 26 apr. - (Adnkronos) - Il Dalai Lama saluta l'offerta cinese di riprendere il dialogo sulla questione tibetana, ma chiede a Pechino che i colloqui che potrebbero essere avviati nei prossimi giorni siano "seri". In un incontro con i giornalisti a Dharamsala, nel nord dell'India, di ritorno da un lungo viaggio negli Stati Uniti, il leader tibetano in esilio ha detto: "Non ho ancora ricevuto alcuna informazione dettagliata (sui colloqui), ma sostanzialmente il dialogo e' positivo". Ai cinesi il Dalai Lama chiede "discussioni serie su come ridurre il risentimento tibetano e una discussione globale" dei problemi della regione. Secondo il leader buddista, un incontro che abbia il solo obiettivo di mettere a tacere le proteste internazionali "non avrebbe senso". Ieri, l'agenzia di stampa ufficiale Xinhua aveva annunciato la disponibilita' del governo di Pechino ad avviare un dialogo "nei prossimi giorni con i rappresentanti privati" del Dalai Lama.
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PECHINO 2008: MALTEMPO RISCHIA BLOCCARE FIACCOLA SU EVEREST
(ANSA) - AOSTA, 26 APR - Il maltempo, in particolare il vento a oltre 100 chilometri orari, potrebbe essere un ostacolo insormontabile per gli alpinisti cinesi che a partire da un giorno ancora imprecisato della prossima settimana dovrebbero cercare di portare la fiaccola olimpica di Pechino 2008 sulla vetta dell'Everest.
La scalata - secondo quanto si è appreso dal campo base sul versante nepalese - sarebbe stata addirittura anticipata. Le autorità hanno infatti comunicato alle spedizioni che la montagna sarà 'chiusa' già dal 28 aprile. Segnale che da lunedì prossimo sulla montagna potranno avventurarsi solo gli alpinisti incaricati di portare in vetta la fiaccola, Oppure che si vuole rafforzare ulteriormente le misure di sicurezza.
Ma l'unica cosa per ora certa è che il maltempo rischia di rovinare l'ambizioso progetto degli organizzatori di Pechino 2008: secondo i metereologi le previsioni non sono favorevoli, da oggi il vento si intensificherà, con raffiche sulla cima attorno intorno ai 120 chilometri orari.
Prima di arrivare al campo base dell'Everest, la fiaccola, secondo il programma ufficiale è attesa domani 27 aprile a Seul, in Corea del Sud, a Pyongyang, in Corea del Nord, il 28 aprile e il 29 aprile a Ho Chi Minh City, in Vietnam. Poi dovrebbe essere il 2 maggio a Nong Kong e il 3 maggio a Macao. Dal 4 maggio al 7 agosto la fiaccola percorrerà la Cina continenatale, con tappa in Tibet dal 19 al 21 giugno. (ANSA).
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TIBET: ANGELA MERKEL SALUTA APERTURA DI PECHINO
Berlino, 26 apr. (Adnkronos/Dpa) - Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha accolto positivamente l'annuncio circa la disponibilita' di Pechino a ricevere l'inviato del Dalai Lama. Spero, ha detto il capo del governo tedesco parlando con l'edizione domenicale della 'Bild', stando alle anticipazioni diffuse oggi, che questo possa "aprire la strada ad una celebrazione pacifica e coronata da successo dei Giochi Olimpici". L'incontro celebrato dalla Merkel nel mese di settembre scorso con il Dalai Lama aveva avuto ripercussioni nelle relazioni tra Berlino e Pechino, superate solo nel mese di gennaio scorso dopo intensi sforzi diplomatici da parte tedesca. Il Dalai Lama e' atteso in Germania nuovamente a meta' maggio. In quell'occasione ha in programma una serie di interventi sul tema dei diritti umani.
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TIBET, MA NON ERA INUTILE MANIFESTARE?
Piero Verni
Sabato 26 Aprile 2008
Allora diamo un’occhiata ai fatti.
A metà gennaio 2008, sull’edizione telematica della rivista Nouvel Observateur («Je_suis_un_marxiste_en_robe_bouddhiste»), uno sconsolato Dalai Lama era costretto ad ammettere che i contatti tra i suoi inviati e i rappresentanti di Pechino erano finiti su di un binario morto. Aveva infatti rivelato che nel luglio 2007 l’ultimo infruttuoso incontro tra diplomatici tibetani e cinesi si era concluso con la seguente frase di uno di questi ultimi: “Non esiste alcun problema tibetano”.
Il 4 gennaio di quest’anno, cinque Organizzazioni Non Governative (ONG) tibetane lanciavano il “the Tibetan People’s Uprising Movement”, che riapriva con forza la battaglia per la liberazione del Tibet organizzando la “Marcia Verso il Tibet” che sarebbe partita da Dharamsala, il 10 marzo. Da subito questa iniziativa incontrò il favore di un crescente numero di tibetani dell’esilio e suscitò grandi attese in Tibet. Tutti ritenevano che l’imminente apertura dei Giochi Olimpici fornisse un palcoscenico privilegiato per contestare il governo della Repubblica Popolare Cinese.
Tra gennaio e marzo, la preparazione della “Marcia Verso il Tibet” galvanizzò anche un buon numero di organizzazioni di sostegno al Tibet e di amici internazionali della causa tibetana. Per la prima volta, dopo tanto tempo, una ventata d’aria fresca e di entusiasmo attraversava un mondo che in termini di fiducia e attivismo aveva pesantemente risentito dell’annoso immobilismo del Governo tibetano in esilio (GTE).
Il 10 marzo la “Marcia Verso il Tibet” parte da Dharamsala e cattura immediatamente una straordinaria attenzione dei mass media di tutto il mondo. Le autorità tibetane assistono in silenzio al dispiegarsi di questa iniziativa che non vedono di buon occhio, timorose che possa irritare Pechino e vanificare del tutto anche quel poco che rimane di contatti con la Cina. Sempre il 10 marzo i monaci dei monasteri di Lhasa iniziano a manifestare contro la presenza cinese in Tibet venendo brutalmente repressi dagli squadroni della Polizia Armata.
L’11 e il 12 marzo, mentre in India continua la “Marcia Verso il Tibet”ed iniziano a diffondersi voci di un imminente intervento della polizia indiana per bloccarla, a Lhasa monaci di quasi tutti i monasteri scendono in piazza in un crescendo di proteste che iniziano ad allargarsi alla popolazione civile. La polizia interviene duramente caricando e, secondo alcuni testimoni oculari, sparando. Alla fine tutti i principali luoghi di culto della capitale tibetana vengono circondati e sigillati da un duplice cordone di sicurezza in modo che nessuno possa entrare o uscire.
La mattina del 13 marzo, gendarmi di Nuova Delhi arrestano tutti i marciatori, il poeta e noto attivista Tenzin Tsundu, più tre dirigenti delle organizzazioni responsabili della Marcia. La notizia ha un eco giornalistico eccezionale e suscita una profonda emozione ovunque. Mai, negli ultimi anni, la situazione tibetana aveva ottenuto un tale risalto.
Il 14 marzo a Dharamsala il professor Samdong Rinpoche, primo ministro del GTE, chiede ufficialmente che la “Marcia Verso il Tibet” termini per non violare le leggi indiane. Le cinque ONG non ascoltano questa richiesta e decidono di andare avanti con un altro contingente di marciatori. Tra l’altro, fanno notare come la loro iniziativa si collochi all’interno di una cornice rigorosamente non violenta sia per quanto riguarda i fini sia i mezzi e si richiami esplicitamente alla gandhiana “Marcia del Sale”. Infatti tra di loro le foto del mahatma sono numerose quanto quelle del Dalai Lama. Gli arresti, la resistenza passiva dei marciatori, la volontà di proseguire con altri volontari, la diffusione delle immagini attraverso centinaia di servizi televisivi... tutto questo provoca un vero e proprio “tsunami” di simpatia verso l’iniziativa e le cinque ONG sono sommerse da migliaia di messaggi di solidarietà che le esortano inoltre a non mollare.
Nelle stesse ore a Lhasa scoppia la collera dei tibetani e la città insorge. Migliaia di persone prendono possesso delle piazze della capitale e si scagliano contro tutti i simboli del dominio cinese sul Tetto del Mondo. Decine e decine di negozi dei coloni hui, paradigma dello sfruttamento coloniale, dell’emarginazione economica, dell’arroganza del potere, fanno le spese della frustrazione, dell’esasperazione, della disperazione, della rabbia accumulate dai tibetani in quasi sessant’anni di oppressione: sono distrutti o dati alle fiamme. Per molte ore gli insorti sono padroni di vaste aree di Lhasa. La Polizia Armata è costretta sulla difensiva e non ha il coraggio di avventurarsi nelle zone degli incidenti più gravi. Le immagini riprese dalle telecamere dei poliziotti e da quelle che controllano ogni crocevia della città, fanno il giro del mondo. Il Tibet, e quanto avviene a Lhasa e/o in India, è al centro dell’attenzione dei media e dell’opinione pubblica internazionale.
Il 15 marzo riprende, dal villaggio indiano di Dehra, la nuova fase della “Marcia Verso il Tibet” mentre a Lhasa continuano gli scontri e le manifestazioni. Dal tardo pomeriggio la Polizia Armata e l’esercito cominciano a ristabilire il controllo sulla città grazie a decine di autoblindo e numerosi carri armati. Viene lanciato un minaccioso ultimatum a chi resiste ancora. Dovrà arrendersi entro la mezzanotte del 17. Chi non lo farà sarà trattato “senza misericordia”.
Nei giorni seguenti a Lhasa si spengono i principali focolai della rivolta, ma insorgono decine e decine di località del Kham e dell’Amdo, oggi incorporate nelle province cinesi del Quingai, del Sechuan e del Gansu. A migliaia i tibetani scéndono in piazza sventolando la loro bandiera nazionale, chiedendo libertà e indipendenza. A Bora (area del Kham incorporata nel Gansu), un gruppo di uomini a cavallo entra nel villaggio, occupa la stazione di polizia, ammaina la bandiera rossa e la sostituisce con quella tibetana. E’ casualmente presente un cineoperatore che riprende tutto e quelle immagini hanno una copertura mediatica inimmaginabile.
La seconda metà di marzo e le prime settimane di aprile sono un incubo per il governo di Pechino, preso alla sprovvista da questo crescendo di problemi. Non solo da quanto succede in Tibet. Anche in India (dove la “Marcia” continua e i tibetani manifestano ovunque tentando in più occasioni di dare l’assalto all’ambasciata cinese di Nuova Delhi) e nelle principali città del mondo in cui si susseguono cortei, fiaccolate, comizi a favore della causa tibetana. A Vienna, un manifestante riesce a issare la bandiera del Tibet indipendente su di un balcone della legazione diplomatica (dopo aver strappato quella cinese). Ma soprattutto, per la prima volta nella sua storia, Pechino si trova a subire pressioni autentiche da parte di governi, parlamenti, uomini politici esteri che gli chiedono con una determinazione inusuale, di aprire al più presto negoziati con il Dalai Lama. Infine inizia la via crucis della povera fiaccola olimpica costretta a sfilare tra imponenti misure di sicurezza e, soprattutto a Londra e Parigi, duramente contestata da vaste folle che reclamano la libertà del Tibet (e degli altri territori occupati dalla Cina) oltre che il rispetto dei diritti umani, politici e sindacali.
Il governo cinese risponde con la repressione dura e attaccando violentemente il Dalai Lama definito “serpente dal morso velenoso”, “lupo travestito da monaco”, “reazionario mercante di schiavi” e accusato di essere l’ispiratore delle rivolte in Tibet. Per settimane questa è la posizione ufficiale di Pechino ma oggi, 25 aprile 2008, l’agenzia ufficiale “Nuova Cina” parla di imminente ripresa dei colloqui tra un inviato del Dalai Lama ed esponenti governativi cinesi.
Vedremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni quale sarà l’effettiva portata di questa decisione. Se si tratterà, come mi sembra probabile, solo di un gesto propagandistico dettato dalla pressione internazionale e dal timore di un’ulteriore esplosione di Lhasa quando la fiaccola olimpica transiterà per il Tibet e la sua capitale (19, 20, 21 giugno), oppure se tutto quello che è successo ha in qualche modo incrinato le monolitiche chiusure degli autocrati di Pechino. Se ha prodotto una sia pur minima breccia in quella “muraglia” di alterigia, durezza, sicumera, arroganza, che da sempre li caratterizza.
Però una cosa è certa. Si trattasse anche solo di un gesto diversivo, di un espediente per riordinare le idee e uscire senza ulteriori ammaccamenti da quella che sempre più tende a prefigurarsi come una vera e propria “trappola olimpica”, la mobilitazione ha pagato. La lotta, il sacrificio, l’abnegazione di migliaia e migliaia di tibetani -dentro e fuori il Tibet- hanno pagato. Il coraggio di sfidare l’occupante cinese e di infliggergli un colpo duro, sia all’interno dei suoi confini sia fuori, ha pagato. E che sia stato un colpo duro lo dimostrano, non solo le dichiarazioni da poco battute da “Nuova Cina” ma anche e soprattutto il ricorso che Pechino è stato costretto a fare, obtorto collo, al nazionalismo. A quelle folle cinesi a cui si è chiesto di manifestare contro la “cattiveria” della stampa occidentale rea di difendere i tibetani, contro l’insulto portato all’immagine della Cina attaccando la fiaccola e facendola più volte spegnere a Parigi, contro i governi esteri rei di prendere le difese degli ingrati barbari del Tibet a cui la Cina ha regalato modernità e sviluppo economico. Si dovrebbe riflettere con attenzione su questo aspetto. E’ forse il segno più evidente di quanto doloroso sia stato il colpo per Pechino. I suoi dirigenti temono ogni movimento di massa. E infatti hanno, sin dall’inizio, messo paletti ben definiti alle manifestazioni nazionalistiche. Di tutto necessitano, tranne del diffondersi di un sentimento xenofobo tra la loro popolazione. Sentimento xenofobo che nei rapporti politici ed economici con il mondo esterno gli creerebbe molte più difficoltà della pur forte protesta tibetana. E alimenterebbe quella paura della Cina che già serpeggia in aree significative delle opinioni pubbliche internazionali (anche asiatiche). Eppure, ciònonostante, Pechino ha dovuto giocare questa carta perché, mai come in queste settimane la sua immagine è appannata, contestata, criticata. Quindi, semaforo verde all’interno alle manifestazioni nazionalistiche (il più possibile controllate) mentre all’esterno, dopo Parigi, si sovvenzionano lautamente le comunità cinesi perché facciano da contorno plaudente alle restanti tappe della torcia olimpica. Secondo il dissidente Wei Jingsheng, solo negli USA, l’ambasciata di Pechino ha speso circa mezzo milione di dollari per finanziare il viaggio e il pernottamento di migliaia di cinesi a San Francisco, in occasione dell’arrivo della torcia.
Questi sono dunque i fatti.
Fatti che dovrebbero far riflettere. In modo particolare i molti che si erano affrettati a condannare la mobilitazione dei tibetani. Quelli per cui non servivano le manifestazioni che anzi, avrebbero fatto peggiorare ancora più le cose. Le anime belle per le quali con la Cina serve moderazione e le critiche, se proprio si devono fare, devono essere discrete, flautate, centellinate, sussurrate nelle orecchie dei signori di Zhongnanhai. Quelli che bisogna stare attenti al miliardo e passa di cinesi che possono fare a pezzi i tibetani. Quelli che si deve dare tempo al tempo e, nel “frattempo”, rimanere zitti e sperare. Magari nei miracoli del mercato e del consumismo. E invece le cose non stanno in questo modo. Con il silenzio, la non azione, le cautele ossessive, le concessioni unilaterali non si va da nessuna parte. Soprattutto quando si tratta di dialogare con un potere coriaceo come quello cinese.
“Pechino, 25 aprile 2008. Agenzia Nuova Cina. Secondo la testimoninaza di un anonimo funzionario governativo, un rilevante dipartimento del governo
centrale avrà nei prossimi giorni contatti e consultazioni con un rappresentante privato del Dalai Lama”.
Forse, anzi probabilmente, si tratta solo di una trappola. Un modo per avere una “tregua olimpica”. Perché nulla turbi il grande bagno di folla entusiasta che Pechino si appresta a mettere in scena a Lhasa quando, per l’arrivo della torcia, farà convergere nella capitale tibetana decine di migliaia di cinesi da tutta la Cina. Forse. Anzi probabilmente. Però anche se così fosse, rimane il fatto che questi incredibili mesi di marzo e aprile hanno inviato un messaggio forte e chiaro a chi governa la Repubblica Popolare. E a tutto il mondo. Un problema tibetano esiste. Ed è un problema spinoso.
Pechino in qualche modo ha ammesso di averlo ricevuto.
Per il resto si vedrà.
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PECHINO 2008: 3 ARRESTI A NAGANO, INCIDENTI MINORI DURANTE STAFFETTA OLIMPICA
Nagano, 26 apr. - (Adnkronos/Dpa) - Non ci sono stati incidenti di rilievo, malgrado i tre arresti ed i quattro feriti leggeri, durante la staffetta -che si e' gia' conclusa- della torcia olimpica nella citta' giapponese di Nagano, ospite, nel 1998, delle Olimpiadi invernali. La corsa e' stata accompagnata lungo il suo tragitto di 18,7 chilometri dallo sventolio di bandiere rosse dei manifestanti filocinesi e dagli slogan di protesta degli attivisti filotibetani. I tedofori, scortati da cento agenti di polizia e protetti da un apparato di sicurezza che ha coinvolto tremila poliziotti, sono riusciti a passarsi la fiaccola senza interruzioni di rilievo: un uomo che portava una bandiera tibetana e' corso ad un certo punto in direzione dell'atleta che portava la fiaccola ma e' stato bloccato prima di potersi avvicinare al centro del corteo. Altre due persone sono state fermate, una per aver tentato di raggiungere ed afferrare la fiaccola, l'altra per aver lanciato un uovo contro il tedoforo che correva. Prima dell'inizio della corsa infine si erano verificati disordini tra studenti cinesi e attivisti di estrema destra giapponesi. La fiaccola proseguira' domani la sua corsa nella capitale sudcoreana Seul.
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Rissa a Nagano tra attivisti tibetani e cinesi al passaggio della fiaccola
Nagano, 26 aprile 2008 - Attivisti filo-tibetani e manifestanti cinesi sono stati protagonisti di una rissa a margine della cerimonia olimpica in corso oggi nella città di Nagano, in Giappone. Secondo alcuni testimoni, una persona è rimasta ferita.
A causare la rissa sarebbe stato un uomo che ha aggredito a calci i manifestanti cinesi. Nella baruffa, gli aggrediti sarebbe poi passati al contrattacco e avrebbe usato le aste di alcune bandiere. La fiaccola di Pechino 2008, intanto, continuava il suo percorso tra ingenti misure di sicurezza.
Secondo quanto rivelato in un secondo momento, le persone ferite nella rissa sono quattro. Si tratterebbe di studenti universitari cinesi, giunti a Nagano per sostenere le Olimpiadi in programma nel loro Paese d'origine.
Le immagini delle televisioni giapponesi hanno mostrato i giovani circondati da un gruppo di attivisti che protestavano contro le politiche di Pechino in Tibet.
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Tibet: nuove critiche al Dalai Lama da stampa cinese
PECHINO (Cina) - I mezzi d' informazione cinesi riportano oggi il comunicato dell'agenzia Nuova Cina che annuncia la decisione del regime di Pechino di riprendere i colloqui col Dalai Lama. Diversi giornali del Paese, però, continuano ad accusare il leader tibetano esiliato da quasi 50 anni di essere un ''secessionistà' e di non essere sincero nella sua ricerca dell'autonomia per il Tibet. Il Quotidiano del Popolo, giornale del Partito Comunista Cinese (Pcc), scrive in un commento che ''la cricca del Dalai (Lama) ha seriamente violato gli insegnamenti fondamentali del buddhismo, minando alla base il normale ordine del buddhismo tibetano e rovinando la sua reputazionè'. (Agr)
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Olimpiadi: fiaccola a Nagano, protesta pacifica di Rsf
NAGANO (Giappone) - Una protesta pacifica contro la Cina è stata messa in atto da Reporters sans Frontieres a Nagano, in Giappone, dove sta sfilando la fiaccola olimpica di Pechino 2008. ''Protestiamo in modo pacifico - ha dichiarato Robert Menard, segretario generale dell'organizzazione in difesa della libertà di stampa - contro la detenzione di gionalisti e politici in Cina e contro le recenti repressioni in Tibet. Staremo seduti di fronte al tempio di Zenkojì'. I monaci hanno in programma una preghiera di sostegno della popolazione tibetana. (Agr)
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PECHINO 2008/ GIAPPONE: SI LANCIA CONTRO FIACCOLA, ARRESTATO
Nagano, 26 apr. (Ap) - Si è lanciato improvvisamente contro la fiaccola olimpica, nel tentativo di afferrarla, ma è stato subito arrestato dai poliziotti che circondavano il tedoforo: in Giappone, un uomo ha provato così a protestare contro i Giochi di Pechino 2008.
La manifestazione olimpica, nella città di Nagano, è stata interrotta per alcuni istanti. Poi, è ripresa sotto il controllo di un ingente schieramento di polizia.
Nei giorni scorsi, le autorità giapponesi avevano assicurato che durante il passaggio della torcia sarebbe stato evitato qualsiasi tipo di incidente. Nelle tappe precedenti del tour mondiale della fiaccola, soprattutto a Londra e Parigi, la manifestazione olimpica era stata in effetti disturbata dalle proteste di gruppi di tibetani in esilio e da militanti di ong impegnate nella difesa dei diritti umani.
Sin dal suo inizio nel marzo scorso, il viaggio della fiaccola di Pechino 2008 è stata occasione di critiche e attacchi nei confronti della leadership cinese. I dirigenti della Repubblica popolare sono finiti nel mirino dei contestatori soprattutto per le recenti tensioni in Tibet: una regione occupata militarmente da Pechino nel 1950, dove secondo la Cina sono attive forze e movimenti di stampo separatista.
TIBET/ RSF: "BENE" RIPRESA DIALOGO, MA SERVONO ALTRI PASSI AVANTI
T
okyo, 25 apr. (Apcom) - Reporters sans Frontières (Rsf) ha accolto con favore la ripresa di un dialogo offerta oggi dalla Cina al Dalai Lama, ma spera che a essa seguano una serie di altri progressi nell'ambito dei diritti umani in Cina. "Se l'apertura di un dialogo con l'entourage del Dalai Lama è il segno di una discussione più ampia da parte delle autorità cinesi che riguardano i diritti umani e la libertà d'espressione in Cina, allora rivedremo la nostra strategia", ha dichiarato il segretario Robert Menard, che si trova in viaggio verso Nagano, nelle montagne centrali giapponesi, dove domani ha intenzione di manifestare lungo il percorso della staffetta della fiaccola olimpica.
"Non manifestiamo per il piacere di manifestare", ha proseguito, affermando che la sua organizzazione è apolitica. "Non manifestiamo contro il popolo cinese, ma contro la politica repressiva del regime cinese", ha sottolineato, spiegando che "al cuore delle loro rivendicazioni, c'è la difesa della libertà d'espressione in Cina, in Tibet e in tutto il mondo".
Menard dice che chiederà pubblicamente al primo ministro giapponese Yashou Fukuda di non recarsi alla cerimonia d'apertura dei Giochi olimpici "fino a quando il governo cinese non rispetterà i suoi impegni". Il 55enne segretario dell'organizzazione per la libertà di espressione si riferisce all'autorizzazione per la stampa estera di recarsi liberamente in Tibet e alla scarcerazione di una decina di dissidenti cinesi detenuti, tra cui molti giornalisti.
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TIBET/ GRUPPI TIBETANI ACCENDONO TORCIA LIBERTA' SUL CERVINO
Zermatt (Svizzera), 25 apr. (Ap) - Le proteste dei gruppi tibetani contro le Olimpiadi di Pechino 2008 hanno scalato la cima di una delle montagne più suggestive delle Alpi svizzere, il monte Cervino, 4.478 metri di altezza.
Qui i sostenitori del "Tibet libero" hanno organizzato una contro-staffetta e acceso la "Torcia della libertà tibetana", con un tributo simbolico al monte Everest, un luogo considerato sacro per i buddisti tibetani, dove la fiaccola olimpica dovrà passare a inizio maggio.
"Non c'è bisogno di portare questa torcia sull'Everest", ha dichiarato il portavoce Wangpo Tethong in un'intervista telefonica ad Ap. Gli organizzatori di oltre 150 gruppi pro-tibetani hanno chiesto al Comitato organizzatore dei Giochi olimpici (Cio) di deviare il tragitto ufficiale della fiamma, oggetto di critiche e attacchi durante la staffetta di cinque mesi attraverso i cinque continenti.
La staffetta tibetana dura cinque giorni in Svizzera e sarà accesa nuovamente domani per una dimostrazione davanti al parlamento federale svizzero a Berna.
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PECHINO 2008/ FIAMMA ACCOLTA A NAGANO DA PROTESTA FALUN GONG
Nagano, 25 apr. (Apcom) - Ad accogliere la fiaccola olimpica nella città giapponese di Nagano, dove domani è attesa la staffetta dei tedofori, c'erano oggi un centinaio di studenti cinesi e giapponesi del movimento di ispirazione buddista Falun Gong, che hanno protestato contro il partito comunista cinese, e numerosi agenti in tenuta anti-sommossa.
Oggetto di critiche e attenzioni dalla sua accensione a Olimpia, in Grecia, il 24 marzo scorso, la torcia è arrivata questa mattina presto all'aeroporto di Tokyo Haneda dall'Australia, ed è poi stata trasportata a Nagano, nelle montagne centrali del Giappone.
Centinaia di adepti del movimento spirituale Falun Gong, vietato in Cina dal 1999, hanno atteso l'arrivo del bus che trasportava la fiamma a Nagano. "Fermate i crimini del partito comunista cinese", recitava uno striscione in mano ai manifestanti, riconoscibili dalle magliette gialle e sorvegliati dalla polizia.
Nel pomeriggio un novizio giapponese, ha dichiarato di essere stato arrestato perchè trovato in possesso di un coltello di 30-40 centimetri e di un foglio nel quale affermava la sua opposizione al passaggio della torcia nella città che nel 1998 ha accolto i Giochi olimpici invernali.
La staffetta partirà da un parcheggio di Nagano invece che dall'antico tempio di Zenkoji. Le autorità religiose hanno infatti rifiutato la scorsa settimana di ospitare l'avvio dei 18 chilometri di staffetta, per motivi di sicurezza e per la simpatia nutrita dai monaci e dai fedeli verso i loro confratelli tibetani. I responsabili del tempio hanno quindi annunciato per domani una funzione religiosa per il Tibet.
Dopo i numerosi incidenti che hanno rovinato il percorso della fiaccola, le autorità giapponesi, determinate a migliorare le loro relazioni con la Cina, si sono impegnate per "impedire qualsiasi azione illegale" contro il passaggiodella torcia. Sono circa 3mila i poliziotti che saranno dispiegati domani. Un centinaio di loro scorteranno i tedofori lungo la staffetta.
Sono comunque previste manifestazioni sia dalle file pro-tibetane che da quelle filo-cinesi. Da parte cinese, l'Associazione degli studenti cinesi in Giappone ha annunciato che arriveranno domani a Nagano mille-duemila persone per "sostenere i Giochi di Pechino". I sostenitori tibetani prevedono di riunirsi in piccoli gruppi lungo il percorso della fiaccola, che proseguirà il suo giro domenica a Seoul e lunedì a Pyongyang, in Corea del Nord, prima di tornare sul suolo cinese il 2 maggio a Hong Kong.
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TIBET/ CASA BIANCA "SALUTA" LA RIPRESA DIALOGO CINA-DALAI LAMAWashington, 25 apr. (Apcom) - La Casa Bianca si è detta "felice" oggi per la decisione annunciata dalla Cina di rinnovare il dialogo con il Dalai Lama.
"Siamo felici si apprendere questo, è una cosa che il presidente (George W.)Bush ha incoraggiato (il presidente cinese) Hu Jintao a fare", ha affermato un portavoce della White House, Gordon Johndroe.
"Salutiamo la notizia secondo la quale le autorità cinesi vanno a rinnovare il dialogo con i rappresentanti del dalai Lama", ha aggiunto.
Dietro la pressione dei paesi occidentali, tra cui l'Ue e gli Usa, e a meno di quattro mesi dall'inizio delle Olimpiadi Pechino 2008, la Cina ha annunciato oggi l'intenzione di incontrare "nei prossimi giorni" un rappresentante del Dalai Lama. Un'apertura accolta con favore dal leader spirituale dei tibetani, che più volte ha sollecitato la ripresa del dialogo con Pechino dopo gli scontri a Lhasa a inizio di marzo.
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TIBET/ SARKOZY: RIPRESA DIALOGO CINA-DALAI LAMA
Parigi, 25 apr. (Apcom) - "Il presidente della Repubblica francese saluta l'annuncio delle autorità cinesi di una ripresa del dialogo nei prossimi giorni con un rappresentante del Dalai Lama, che lo chiedeva dai tragici scontri avvenuti in Tibet a metà marzo", ha indicato l'Eliseo in un comunicato. "Si tratta di una tappa maggiore. Questo dialogo rinnovato è portatore di reali speranze", ha aggiunto Nicolas Sarkozy, secondo il testo.
"La Cina e i rappresentanti del Dalai Lama mostrano oggi la volontà di avanzare verso una soluzione che permetta a tutti i tibetani di sentirsi pienamente in grado di vivere la loro identità culturale e spirituale nella Repubblica popolare cinese", ha sottolineato.
Dietro la pressione dei paesi occidentali e a meno di quattro mesi dall'inizio delle Olimpiadi Pechino 2008, la Cina ha annunciato oggi l'intenzione di incontrare "nei prossimi giorni" un rappresentante del Dalai Lama.
Questa settimana Sarkozy ha inviato in Cina tre emissari nel Paese del Dragone, nel tentativo di rilanciare le relazioni tra Francia e Cina, raffreddate dopo le numerose proteste scoppiate durante la staffetta della fiaccola olimpica a Parigi.
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Olimpiadi, Giappone stringe misure sicurezza per arrivo Torcia
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AGANO, Giappone (Reuters) - Le autorità giapponesi hanno lanciato un appello alla calma ma intanto hanno disposto rigide misura di sicurezza oggi, con l'inizio delle prime deboli proteste per l'arrivo della Torcia olimpica.
La staffetta olimpica, che precede l'avvio dei Giochi di Pechino in agosto, ha provocato in tutto il mondo proteste contro il mancato rispetto dei diritti umani in Cina, specialmente in Tibet, ma anche manifestazioni patriottiche dei cinesi contro quelle che definiscono le offese occidentali.
Il primo segretario di gabinetto Nobutaka Machimura ha invitato alla calma in vista della staffetta di domani a Nagano, ex sito olimpico nel Giappone centrale.
"Spero che questa staffetta della torcia avvenga pacificamente, in un'atmosfera in cui tutti possano celebrare", ha detto Machimura nel corso di una conferenza stampa a Tokyo.
Da Hanoi, la radio di Stato del Vietnam ha annunciato che un cittadino statunitense di origine vietnamita è stato espulso con l'accusa di aver organizzato una protesta anti-cinese per il passaggio, la settimana prossima, della torcia a Ho Chi Minh City.
La Corea del Nord, invece, intende "stupire il mondo" con una cerimonia in pompa magna lunedì prossimo, hanno detto i media cinesi.
L'arrivo della fiamma a Nagano, intanto, ha provocato le prime proteste degli attivisti pro-diritti umani con un corteo di Tir, da cui spuntavano enormi striscioni in giapponese con su scritto "Vattene".
Alla protesta hanno partecipato anche i seguaci del gruppo religioso Falun Gong, messo fuorilegge da Pechino".
Domani il passaggio della torcia sarà scortato da circa 4.000 poliziotti, mentre un centinaio faranno da scudo umano ai tedofori.
Alla cerimonia di apertura e a quella di chiusura non saranno ammessi spettatori.
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Olimpiadi Pechino, rischio attentati è "reale", avverte Interpol
PECHINO (Reuters) - Il capo dell'Interpol ha detto oggi che esiste la "reale possibilità" che le Olimpiadi di Pechino diventino bersaglio di attacchi terroristici da parte di gruppi anti-cinesi.
"Il rischio di un atto terroristico è una possibilità reale e una preoccupazione reale che tutti i paesi che hanno ospitato le Olimpiadi hanno condiviso negli anni recenti", ha detto il segretario generale dell'Interpol Ronald Noble all'inaugurazione della Conferenza internazionale sulla Cooperazione per la sicurezza a Pechino.
"Le recenti proteste legate al Tibet hanno aggiunto significative complicazioni alle normali valutazioni sulla sicurezza per un importante evento internazionale come queste Olimpiadi".
Il percorso internazionale della torcia olimpica è stato più volte interrotto da manifestazioni filotibetane e anti-cinesi, dopo la rivolta in Tibet del mese scorso che, secondo le autorità cinesi, è costata la vita a 20 persone.
"Alla luce degli ultimi eventi, tutti i paesi i cui atleti e cittadini parteciperano alle Olimpiadi di Pechino devono prepararsi alla possibilità che gruppi e individui responsabili delle violenze durante la staffetta della fiamma olimpica possano compiere proteste durante i Giochi", ha detto Noble.
Secondo il segretario dell'Interpol, potrebbero verificarsi blocchi dei trasporti o delle infrastrutture, interferenze duante le gare o atti più violenti come aggressioni di funzionari olimpici e atleti.
"Nel caso peggiore, dobbiamo essere preparati alla possibilità che al Qaeda o qualche altro gruppo terroristico tenti di lanciare un attacco contro queste Olimpiadi".
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TIBET: BARROSO, CINA DEVE RIAPRIRE AGLI STRANIERI
Il presidente della Commissione Europea, Jose' Manuel Durao Barroso, ha sollecitato le autorita' cinesi a riaprire i confini amministrativi del Tibet, isolato dal resto del mondo in seguito alle proteste di piazza iniziate il 14 marzo scorso, e alla brutale repressione che ne segui': lo ha annunciato lo stesso Barroso al termine del colloquio avuto con il primo ministro cinese Wen Jiabao, precisanmdo di aver invitato l'interlocutore a garantire di nuovo libero accesso alla regione himalayana per gli stranieri, non soltanto i semplici turisti ma anche i giornalisti. In precedenza l'ex premier portoghese, illustrando l'andamento dell'incontyro con Wen, si era detto "particolarmente incoraggiato" sulle prospettive della crisi tibetana dall'atteggiamento dell'interlocutore, con il quale aveva assxicurato di aver avuto uno scambio di vedute aperto e franco", durante il quale Barroso aveva "ribadit